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| Blog personale di Albert Lupi, nato a Ferrara italia a met del secolo passato
Personal BLOG by Alberto Lupi, born in the mid of the last century in Ferrara ITALY |
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La memoria e gli memorati.
In Italia si ricorda l’Olocausto e in Parlamento si avviano indagini sull’antisemitismo, ma c’è un rapporto che dovrebbe allarmare i sepolcri imbiancati della memoria: “Era dalla Shoah che in Europa non si vedeva tanto antisemitismo”. A diffonderlo è l’Agenzia ebraica guidata dall’ex dissidente sovietico Nathan Sharansky. Rapporto quasi ignorato dalla stampa italiana - difficile trovarlo ogni modo, mentre nella rossa Reggio Emilia, il 27 gennaio 2010 si scopre una battuta, che magari tecnicamente “antisemita” non è, ma no si situa proprio in buona posizione nella classifica del buon gusto. Era stampata sulle bustine di zucchero distribuite poco prima di Natale a bar e ristoranti da parte di una ditta di Parma che pure è in una Italia quasi da sogno: «Chi vince — recita il testo — in una gara di corsa fra un ebreo e un tedesco? Il tedesco, perché lo brucia in partenza». Il rapporto – sia nella versione sul foglio che quella che ho trovato sulla Reuters – denuncia “l’alleanza fra sinistra e islamisti”, e spiega come Iran, Turchia e Venezuela siano i principali sponsor del nuovo odio. Giorni fa il mentore di Ahmadinejad, l’ayatollah Mesbah Yazdi, ha definito gli ebrei “i più corrotti della terra”. Secondo il rapporto “per il 43 per cento degli europei, gli ebrei sfruttano il passato per estorcere denaro”. Nel vecchio continente spicca l’Olanda per incidenti antisemiti. In Francia ci sono stati 631 attacchi, contro 431 dell’anno precedente. In Inghilterra, che fu il solo paese europeo in cui gli ebrei trovarono rifugio anziché partire per Auschwitz, gli incidenti antisemiti sono stati ben 609, contro i 276 di un anno fa. Quasi tutti di matrice islamista. I quotidiani nordeuropei di sinistra hanno rinverdito la “calunnia del sangue” (nell’Europa del XXI secolo con il suo pedagogico corollario di giornate del ricordo, musei e gite scolastiche a Dachau): il tabloid svedese a vasta diffusione Aftonbladet ha denunciato che le Forze di difesa israeliane assassinano giovani palestinesi per rubarne gli organi. Il nazismo ha portato questa accusa nel Novecento fino alle camere a gas. Il principale giornale olandese, Der Telegraaf, diffuso teorie secondo cui la pandemia suina era una “cospirazione ebraica globale”. “La sinistra ha fatto uso della propaganda per sminuire la legittimità d’Israele come stato ebraico e questa propaganda oggi permea l’opinione pubblica occidentale”, recita il rapporto. “L’Europa occidentale è diventata una piattaforma dei gruppi musulmani estremisti che pianificano attacchi contro obiettivi ebraici”. Nell’informazione si equiparano sempre più “ebreo, sionista e nazista”, mentre Israele è come l’“apartheid”. In ambito cattolico affiorano i vescovi negazionisti, ma più che il folclore neonazista e il tetro clericalismo antigiudaico, è la saldatura fra mondo progressista e diaspora islamica europea a intimorire l’Agenzia di Sharansky, che così definisce il nuovo antisemitismo: “Le tre D: demonizzazione, delegittimazione e doppia misura”. Tutta la nostra vigilanza morale veglia sugli ebrei morti ed espone i vivi alla violenza genocida. Chi ha la lia età ricorda Garody rimproverare i dirigenti dall'URSS per avere rovinato l'immagine della sinistra, oggi l'URSS non c'è più. Ma la sinistra ha deciso d'essere sinistra, dimentica delle condizioni degli operai cinesi, e delle donne in molte parti del mondo. Qualcosa non quadra.
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scritto da albertolupi alle ore 03:59
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La memoria e gli smemorati.
In Italia si ricorda l’Olocausto e in Parlamento si avviano indagini sull’antisemitismo, ma c’è un rapporto che dovrebbe allarmare i sepolcri imbiancati della memoria: “Era dalla Shoah che in Europa non si vedeva tanto antisemitismo”. A diffonderlo è l’Agenzia ebraica guidata dall’ex dissidente sovietico Nathan Sharansky. Rapporto quasi ignorato dalla stampa italiana - difficile trovarlo ogni modo, mentre nella rossa Reggio Emilia, il 27 gennaio 2010 si scopre una battuta, che magari tecnicamente “antisemita” non è, ma no si situa proprio in buona posizione nella classifica del buon gusto. Era stampata sulle bustine di zucchero distribuite poco prima di Natale a bar e ristoranti da parte di una ditta di Parma che pure è in una Italia quasi da sogno: «Chi vince — recita il testo — in una gara di corsa fra un ebreo e un tedesco? Il tedesco, perché lo brucia in partenza». Il rapporto – sia nella versione sul foglio che quella che ho trovato sulla Reuters – denuncia “l’alleanza fra sinistra e islamisti”, e spiega come Iran, Turchia e Venezuela siano i principali sponsor del nuovo odio. Giorni fa il mentore di Ahmadinejad, l’ayatollah Mesbah Yazdi, ha definito gli ebrei “i più corrotti della terra”. Secondo il rapporto “per il 43 per cento degli europei, gli ebrei sfruttano il passato per estorcere denaro”. Nel vecchio continente spicca l’Olanda per incidenti antisemiti. In Francia ci sono stati 631 attacchi, contro 431 dell’anno precedente. In Inghilterra, che fu il solo paese europeo in cui gli ebrei trovarono rifugio anziché partire per Auschwitz, gli incidenti antisemiti sono stati ben 609, contro i 276 di un anno fa. Quasi tutti di matrice islamista. I quotidiani nordeuropei di sinistra hanno rinverdito la “calunnia del sangue” (nell’Europa del XXI secolo con il suo pedagogico corollario di giornate del ricordo, musei e gite scolastiche a Dachau): il tabloid svedese a vasta diffusione Aftonbladet ha denunciato che le Forze di difesa israeliane assassinano giovani palestinesi per rubarne gli organi. Il nazismo ha portato questa accusa nel Novecento fino alle camere a gas. Il principale giornale olandese, Der Telegraaf, diffuso teorie secondo cui la pandemia suina era una “cospirazione ebraica globale”. “La sinistra ha fatto uso della propaganda per sminuire la legittimità d’Israele come stato ebraico e questa propaganda oggi permea l’opinione pubblica occidentale”, recita il rapporto. “L’Europa occidentale è diventata una piattaforma dei gruppi musulmani estremisti che pianificano attacchi contro obiettivi ebraici”. Nell’informazione si equiparano sempre più “ebreo, sionista e nazista”, mentre Israele è come l’“apartheid”. In ambito cattolico affiorano i vescovi negazionisti, ma più che il folclore neonazista e il tetro clericalismo antigiudaico, è la saldatura fra mondo progressista e diaspora islamica europea a intimorire l’Agenzia di Sharansky, che così definisce il nuovo antisemitismo: “Le tre D: demonizzazione, delegittimazione e doppia misura”. Tutta la nostra vigilanza morale veglia sugli ebrei morti ed espone i vivi alla violenza genocida. Chi ha la lia età ricorda Garody rimproverare i dirigenti dall'URSS per avere rovinato l'immagine della sinistra, oggi l'URSS non c'è più. Ma la sinistra ha deciso d'essere sinistra, dimentica delle condizioni degli operai cinesi, e delle donne in molte parti del mondo. Qualcosa non quadra.
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scritto da albertolupi alle ore 03:57
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t di...
Letizia Moratti propone di dedicare una via di Milano a Bettino Craxi e scoppia la polemica. Durissima, ovviamente, la reazione di Antonio Di Pietro, che in un'intervista a CNRmedia.com parla di «distorsione della realtà attraverso tentativi di riabilitazione di una persona condannata per corruzione e illecito finanziamento ai partiti». Il leader dell'Italia dei Valori sottolinea che l'unica differenza tra Craxi e Berlusconi è che il primo «per sfuggire alla giustizia è scappato, il secondo invece è andato in Parlamento per farsi le leggi che gli servivano». Infine la proposta: «Se proprio vogliono fare una targa scrivano "Bettino Craxi, politico, condannato, latitante", perché è questa la storia di quella persona». Aggiungiamo anche DITTATORE, o "assassino della Res Publica" sotto le vie G. Cesare. Con quel che sembra lo slogan della pubblicità di un diamante (ed invece è quanto ha detto qualche giorno fa Walter Veltroni a proposito del dibattito sull'opportunità o meno di intitolare una strada romana a Bettino Craxi): "Una strada è per sempre e simboleggia una storia positiva". Sulla proposta (mentre gli ex comunisti come Veltroni, oggi Partito Democratico, temporeggiano con l'ambiguità che sempre più contraddistingue la loro linea politica) quel che rimane di Rifondazione Comunista ha preso posizione chiaramente contro. La loro pulizia morale ed etica e la loro cultura purgante sono incompatibili con l'idea che una strada venga dedicata a un misero tangentaro che ha segnato un'epoca certo "da non celebrare". E così, solennemente: "E' giusto dedicare le strade a chi ha speso una vita per l'Italia e possa essere da esempio per i più giovani" (Adriana Spera, capogruppo RC). Discorso che non fa una piega. La piega la fanno non tanto le "Via Marx", che in fondo resta un filosofo tedesco dell'800, come Heghel (chissà perchè dimenticato dalla toponomastica), ma le: via Lenin (76!), , Via Che Guevara (55 vie), Via Maresciallo Tito (pulitore etnico di italiani giovani e vecchi), Via Ho Chi Minh (va bene ha fatto guerra agli americani, dedicata in Pero, MI), Via Trotsky (ucciso per ordine del prossimo intitolato). Via Stalin (per la precisione a Raffadali, provincia di Agrigento - ne risulta un’altra solo a Surques in Francia). Via Mao Tze Tung (almeno a Vicenza), Via Rivoluzione d'Ottobre e Via Unione Sovietica (ma questa era una trsversale spesso di Crso Stati Uniti - come via Vittorio Emanuele II è attaccata a via Francesco Giuseppe, a Solferino, luogo di una delle battaglie chiave del Risorgimento) completano il quadro. A Villanova di Camposampiero, Padova, in mezzo ai campi coltivati, c’è una via Benito Mussolini. Resistono, si legge in rete, sette via Littorio, non si sa se nella versione romana o fascista. Ma riguardo al Bettino nazionale leggiamo (ma non ho trovato una conferma) che a Ozieri, in Sardegna, via Craxi c’è da anni e incrocia viale Berlinguer: un quartiere con molti nomi di politici, La Malfa, Moro. Una altra decina di via Craxi, specie nel sud hanno l'onore di esistere. Ed il tonino nazionale ha fatto quel che grillo dice del PdR. DORMITO In spirito Multipartisan proporrei di usare il nome di Craxi, per qualche TANGENZIALE. (debbo ammettere che B. C. mi deluse, da lui speavo di meglio, ma non seppe / potè rininciare ad Andreotti)
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scritto da albertolupi alle ore 21:55
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Il regicidio era nell’aria.
Il regicidio, sia chiaro, è alla base della democrazia, Cromwell e la rivoluzione francese di quelle affermate, lo Czar di quelle abortite. I re, tranne che quello di Spagna, erano "Unti del Signore", e la loro eliminazione era la base del ritorno della sovranità dal cielo alla terra.continua...
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scritto da albertolupi alle ore 20:10
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Italian Stallion
Il titolo è chiaramente un giochetto basato anche sul film Rocky (1), dove Stallone viene definito "The Italian Stallion", anche sul suo accappatoio. Anche quel Sex Lives è un calembour, abbiamo "Sex Lives of Potato Men", "Sex Lives of Cannibals", ed un mare d'altre Sex Lives (santi compresi: "A dazzling series of readings of early Christian hagiographies that will, by turns, delight, confound, illuminate, and challenge diverse historians, theologians, and theorists." così definito da Church History è pubblicato dalla University of Pennsylvania Press). Independent News and Media Limited, November 24, 2009 Italian stallions: The sex lives of Mussolini and Berlusconi His mistress's newly published diary reveals Benito Mussolini's lust for women - and a kiss-and-tell memoir does the same for Silvio Berlusconi. Do the similarities end there, ask Michael Day and Peter Popham Benito Mussolini and Silvio Berlusconi, Italy's two most charismatic leaders of the past century, have more in common than we thought. Both emerged as dynamic leaders when Italian democracy was tying itself in knots. Both enjoyed vast popularity almost amounting to fan-worship, which endured for years and appeared immune to scandal. Both were short and sturdy, of classic peasant physique. And both, it emerges, had gargantuan sexual appetites. Exactly how gargantuan became clear this week with the publication of a memoir by Patrizia D'Addario, the prostitute who claims to have spent two nights with Berlusconi last year, and of the intimate diaries of Clara Petacci, Mussolini's most enduring mistress. The diaries of Petacci, shot dead with the ex-dictator as they were fleeing to Switzerland at the end of the war, have been published following the expiry of a 70-year secrecy rule on state documents. Both Mussolini and Berlusconi, it emerges, demanded sex in industrial quantities. Even for Patrizia D'Addario, with years of experience as an escort behind her, the number of women Il Cavaliere (Berlusconi's Italian nickname) liked to have on tap was a shock. "The prime minister needs cuddles," she writes in “Gradisca, Presidente” (Take your pleasure, prime minister). "Having been an escort, I thought I'd seen a fair few things, but I'd never seen 20 women for one man ... Normally in an orgy you have roughly the same number of men and women, otherwise people get upset. But here the other men had no say. There was just one man with the right to copulate, and that was the prime minister." Mussolini was in the same league. He told his jealous lover Clara - complaining bitterly about him returning to an old flame - that the idea of sleeping with only one woman was "inconceivable". "There was a period in which I had 14 women and I'd take three or four every evening, one after the other ... that gives you an idea of my sexuality." Nicholas Farrell, author of a biography of Il Duce, has calculated that Mussolini enjoyed at least 5,000 women during his life. "Mussolini's butler revealed that he was screwing women all the time," Farrell said yesterday, "even behind Clara Petacci's back." Like Mussolini, Berlusconi clearly has incredible stamina. Despite his age (74) and a brush with prostate cancer, he was inexhaustible, D'Addario reports - though he failed to satisfy her. Describing the night they spent together in his villa in Rome she recalls: "After the first assault, in which he achieved complete satisfaction, we started all over again ... He never even appeared slightly tired ... I'd never seen such passion for sex with a woman ... I was honest when he asked me if I'd enjoyed myself. It didn't seem right to lie. He obviously took this as challenge and began again ... Then more sex ... He goes down on my intimate parts and stays there for a long time, such that I thought that he might be sleeping. But no, of course not. He starts up again with more energy than before." He didn't let up until eight in the morning. The only striking difference between the two men's sexual behaviour is aftercare. Despite her grudges - Berlusconi's alleged failure to do what he promised and help her sort out a property problem, which is why, D'Addario claims, she made their fling public - she admits that the prime minister was the perfect gent in the morning. "Coffee or tea?" he enquired. He raised the possibility of another meeting - "Next time we'll need other women," he decided. And as a parting gift he gave her "a tortoise, covered in precious stones. I had to admit it was lovely." Mussolini by contrast was far more brusque. According to Petacci's diaries, his trysts occurred anywhere the fancy took him, on the carpet or against a wall, and ended abruptly, without "coffee, liqueur, or even a piece of cake." What is it about Italy that causes it to produce potentates like this - when elsewhere sexual athleticism is more likely (think of John Profumo or Alan Clarke) to leave a politician on the sidelines or, as nearly happened to Bill Clinton over Monica Lewinsky, to bring a meteoric career crashing to earth? "Sex is used as an expression of power," James Walston, professor of Italian politics at the American University in Rome said. "It's been a constant since the beginning of humanity, as well as in the animal kingdom." The only reason it is "more explicit and more acceptable" in Italy, he argues, is that it has taken the Italian media a long time to catch up with their colleagues in northern Europe and the US. "Lloyd George and Kennedy both had many lovers but people in London and the US didn't know what they were getting up to at the time ... Until April 2009 as far as the public was concerned, Italian politicians didn't have lovers: it wasn't an issue until Veronica Lario made an issue of it when she sued for divorce. Until then there was a general agreement in the media that this was out of bounds. Some politicians had lovers, some were gay but nobody heard about it." And when Lario hurled her thunderbolts, she aimed them carefully, he said. "If she had complained about Patrizia D'Addario, probably no-one would have paid much attention. The reason it became an issue was because she complained about Berlusconi 'frequenting minors' and putting up bimbos as election candidates." And once the dam was broached, media inhibitions vanished pretty fast. Two-and-a-half years ago there was little fuss when an adviser to the then Prime Minister Romano Prodi was caught cruising prostitutes in Rome, and he hung on to his job. But last month when a leading centre-left politician was found to have had affairs with trans-gender prostitutes, he was forced to resign amid a media firestorm. But Nicholas Farrell, Mussolini's biographer believes there is nothing universal about the wild promiscuity of Mussolini and Berlusconi. Rather it is a reflection of the sexually rapacious culture from which they both emerged. "Italian men are like this," he said. " If you look at Italian TV it illustrates clearly what men like, and Italian women are prepared to play ball with it - the half-naked girls dancing on the desk in the equivalent of Have I Got News For You, for example. Imagine what Ian Hislop and Paul Merton would say about that. You can't blame Berlusconi for this - it's what the audience wants." "Both Mussolini and Berlusconi are charismatic leaders," he went on, "both are very popular. You have to talk about the Italian people - what is it about them that they throw up such individuals - why do they get such popular support? The fact is that they like a strong, charismatic leader." And there is a parallel, he maintained, between sexual charisma and political performance. "Mussolini and Berlusconi achieved far more than, say, Giulio Andreotti or Romano Prodi. And there is a connection between the lacklustre sex lives of those men and their lack of effectiveness in office." Mussolini... and the mistress "I hold him tightly. I kiss him and we make love with such fury that his screams seem like those of a wounded beast ... We made love with such force that he bit my shoulder so hard his teeth left a mark." Clara Petacci on Mussolini "Your flesh has got me - from now on I'm a slave to your flesh ... I have a feverish desire for your delicious little body which I want to kiss all over. And you must adore my body, your giant..." Mussolini to Petacci Berlusconi... and the escort "He invited me to dance, a passionate dance. He pulled me towards himself and kissed me on the lips and caressed me. He held me tighter and said, don't go." "He started to kiss me passionately, on the lips, my neck, my breasts...he covered me with the duvet... He wanted me to know straightaway that he was the man and I was the woman. He entered me and suffocated me with kisses..." Patrizia D'Addario on Berlusconi
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scritto da albertolupi alle ore 23:14
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È evidente a tutti coloro che mi conoscono che una delle persone più ignoranti in fatto di calcio, almeno un un paese di lingua neolatina è il sottoscritto. La ragione per cui noto la notizia è che essa conclude uno dei tanti circhi mediatico-giudiziari dell' Italia contemporanea. I pm avevano chiesto tre anni per Moggi e Giraudo, due per Bettega: giudicati non colpevoli perché «il fatto non sussiste» Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Roberto Bettega, i componenti della triade che per un decennio abbondante ha guidato la Juventus fino alla tempesta di calciopoli, esce così dal processo per la gestione finanziaria della società bianconera. Assoluzione anche per la stessa Juventus, imputata in qualità di persona giuridica, che, in caso di eventuali violazioni amministrative, aveva chiesto di patteggiare una pena pecuniaria. La sentenza, pronunciata oggi a Torino dal gup Dante Cibinel, cancella le accuse di falso in bilancio e ostacolo all’attività degli organi di controllo: in due parole, del «doping amministrativo» innescato, secondo la prima ipotesi degli inquirenti, dalle cosiddette plusvalenze sulla compravendita di calciatori. In fumo anche la tesi della truffa alla Federcalcio (iscrizione ai campionati viziata dalle irregolarità contabili). La procura aveva chiesto tre anni per Moggi e Giraudo, due per Bettega. Domanda: quale è la percentuale di imputati che vengono assolti in Italia? Qualcuno conosce le statistiche attuali? E quelle relative ad altri paesi simili?
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scritto da albertolupi alle ore 21:32
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Piero Marrazzo, l’uomo che ora è costretto a cercare rifugio in un convento, Van Rompuy, o Carneade-chi-era-costui sarà il primo presidente UE, politico belga anti Turchia in Europa è noto per i ritiri spirituali mensili, Riccardo III si fa trovare in un convento... qualcosa puzza!
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scritto da albertolupi alle ore 02:08
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Sempre la solita storia
Che cosa è una Unione Europea dove i socialisti preferiscono una baronessa? Summit UE: Van Rompuy nominato presidente Ue, la Ashton è il nuovo ministro degli Esteri. L'esito della battaglia per le poltrone dell'Unione europea, e l'insuccesso di D'Alema e dell'Italia, dicono molte cose su che cosa sia e come funzioni davvero l'Europa politica. Per chi può affrontare l'inglese dei giornali qua una bellissima nota. Per gli altri abbiamo una nota di Antonio Polito trovata sul Riformista di qualche giorno fa qua rimaneggiata con qualche aggiunta mia. La spartizione presidente ai popolari e ministro degli esteri ai socialisti, non significa affatto che esistano davvero due partiti trans-nazionali di scala europea. I partiti non hanno contato nulla. Stavolta il PSE ha provato a battere un colpo, continua...
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scritto da albertolupi alle ore 01:56
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Considerazioni riproposte
Questa pagina (nel senso del blog) non è intesa per fare polemiche. Viene redatta al solo scopo d'informare un casuale lettore. Se qualcuno volesse trovare qualche mia nota polemica, può con un poco di pazienza cercarle non lontano da qua. Preciso questo perché la nota che segue è stata generata – nella sua prima stesura – da una domanda su Yahoo Answer che suonava più o meno: “come mai quegli ignorati che negli uffici immigrazioni si occupano di stranieri non parlano altra lingua che l'italiano, e pure quello male?” Innanzitutto, per rispondere a questa domanda bisognerebbe chiedersi – e poi rispondersi – che cactus voglia dire parlare una lingua straniera, poi bisogna qualificare il quantitativo bene. La riflessione , essendo nata in risposta ad una polemica era quindi polemica per conto suo. Questa elaborazione successiva forse non riesce a eliminare del tutto una certa contrarietà. Contrarietà che nasce dal vedere che sempre abbiamo le stesse – inutili – domande. Uso una qualche volta anche io fare domande specie quando Google non da risposta, l'ultima riguardava una variante della frase "Ladran, Sancho, señal que cabalgamos." Una frase frequentemente attribuita a Don Quijote de la Mancha, de Miguel de Cervantes. Domandare una cosa che è nota, quale il basso livello della nostra Pubblica Amministrazione è a seconda dei casi una manifestazione di stupidità od una semplice presa di posizione abusivamente “politica”, in quanto una vera “presa di posizione politica” dovrebbe affermare (o suggerire) che dato il problema A o B la tale o talaltra azione deve essere presa. Se mai capitasse, ad uno dei miei lettori, d'essere derubato nei Paesi Baschi, come e' capitato a me, il poliziotto (che credo qualunque donna definirebbe un gran bell'uomo, e non uno sgorbio come i nostri) col quale hai parlato (i verbi sono usati con certe licenze per comodità espressive) in quell'inglese scolastico che nessun madre lingua inglese comprende ti dice che la denuncia devi farla in castellano (il termine “spagnolo” per la lingua e' usato solo un centroamerica). E questo nella Spagna tanto ammirata per avere abolito i padri, le madri, e così via, perché QUESTA E' LA REGOLA. Solo in Italia non si definisce la Costituzione come “la suprema legge del territorio” ma si usano lungaggini da azzeccagarbugli, come solo in Italia non si fa il ponte sullo stretto di Messina. Si vorrebbe al contrario... . Impossibile a dire. Ma tra questo il poliziotto di quartiere plurilingue. Poi accade che ci sono alcuni fatti che sconsigliano di applicare nella realtà' queste idee cattocomuniste. Come ha notato uno, Berlusconi – quando lo senti parlare in inglese – fa schifo. Sebbene un pelo meglio dell'attuale Primo Ministro, pure Prodi era da pietà: non è questione di schieramento (quello al massimo si comprende quando il professore parla in italiano) ma di natura. Grandissima parte di quel che segue è basato sulla coppia di lingue italiano inglese in quanto la prima è la nostra la seconda è la principale lingua veicolare all'inizio del XXI secolo. Primo, tra questi fatti: il sistema di fonazione tra famiglie linguistiche è diverso da un gruppo all'altro e simile tra idiomi vicini. Dopo i vent'anni è praticamente impossibile cambiare il modo in cui si emettono i suoni (principalmente le vocali). Questo significa che un tedesco che parli in inglese avrà un accento – e magari incertezze di vocabolario, ma i suoi suoni saranno (nella maggior parte) corretti dato che egli ha imparato nella sua infanzia una lingua che appartiene alla famiglia linguistica germanica, mentre un italiano non potrà mai pronunciare bene la famosa frase “The cat's in the hat”. Questo e non una supposta perfezione del sistema scolastico dei paesi nordici è responsabile del fatto che in quei paesi l'apprendimento di una lingua straniera sia più facile. Infatti lo è solo quando imparano una lingua della stessa famiglia: il professore tedesco che storpia la parlata di Dante è un classico dell'avanspettacolo. Alcune di queste lingue di ceppo germanico, quelle scandinave (esempio il norvegese), sono state costruite dal sistema scolastico nel periodo 1850-1900 a partire da un substrato che è principalmente il danese, mentre la più consistente coll'originale Old Norse è rimasto per ragioni d'isolamento geografico l'Islandese. L'olandese come il fiammingo sono in pratica dialetti tedeschi. Altra situazione fortunata è quella dei tedeschi i quali sono anche apparentati con la parte non neolatina del francese, dato che i franchi prima ed i normanni poi erano di ceppo e lingua germanica. Anche i cugini d'oltralpe hanno in conseguenza degli sviluppi storici, una notevole differenza linguistica tra il nord (rispetto a Parigi) e la Languedoc. L'italiano ha (ad una valutazione spannometrica) un 80% di suoni in comune con lo spagnolo, 70 col francese del sud, una buona similarità fonetica col greco moderno, ma molto meno con altre lingue. Il risultato è che poco studio ci permette di essere compresi quando si parli in greco (sebbene le differenze grammaticali siano enormi data la presenza dell'aspetto perfettivo/imperfettivo dei verbi), ma è opportuno evitare lo street talk di certe parti delle città americane. Già in uno Starbuk's comincia ad essere difficile ordinare un caffè. La sensibilità ai suoni, e questo e' il secondo punto, si forma sempre contemporaneamente allo sviluppo del nostro apparato fonetico, anzi la precede. Cosi il parlante italiano non riesce a individuare la minima emissione vocale (detta SCWAH) che il fatto di finire sempre la parola in vocale quando parliamo italiano ci fa emettere alla fine di parola come GIRL e BUT, cosicché noi diciamo “girla” e “butta” intendendo girl e but. Il parlante italiano è in grado di distinguere – con qualche limite ma con una certa facilità – quelle che in altre lingue sono le vocali lunghe. Molto meno quelle brevi. Questo fa in modo che a noi un mediorientale pare pronunciare solo delle 'a', 'o', ed 'u'. acoltando parlare in inglese non abbiamo difficoltà in quanto esse, a noi paiono dei dittonghi. “Pane”, “Pine”, “Pore”, “Pure”, “Peed” non ci creano difficoltà, almeno d'ascolto e di pronuncia. Al contrario “pin”, “pen”, “pan”, “pun”, e “pon” (accettando quest'ultimo quale abbreviazione di upon, riportata dai dizionari) sono (fuori dal contesto di una frase) quasi irriconoscibili uno dall'altro, specialmente i tre in mezzo. Questo perché i fonemi vocalici, in lingua inglese sono (a seconda i come uno li conta) tra quattordici e diciotto, in italiano noi ne contiamo, e scriviamo quasi altrettanti ma nel nostro caso c'è la possibilità (sebbene in pratica utilizzata meno che in francese e spagnolo) di adoperare la grafia accentata per distinguere tra la botte del vino e le botte da orbi, àncora ed ancòra e cosi via sino alla famosissima “Morto il capitano il nostromo capitanò la nave, son cose che càpitano. Naturalmente va senza dire che mentre la grafia italiana ha un carattere per quasi ogni vocale, ed il greco moderno addirittura tre caratteri da pronunciare la vocale “i”, in inglese alcuni suoni vocalici possono essere descritti anche da sette o più gruppi di lettere: il suono “i” lungo, a volte indicato con 'iy' ha le seguenti varianti grafiche e come in me, e...e come in scene, ee come in see, ea come in tea, ie come in piece, y come in very, ey come in key, ei come in ceiling, i come in taxi, i...e come in magazine ed infine eo come in people. E questo penso basti. Terzo il livelli semantico. La leggenda che ci siano 27 parole per indicare la neve in certe linge eschimesi è, appunto una leggenda ma è vero che i linguaggi si sviluppano funzionalmente alle necessità di comunicare. Nessun linguaggio africano userebbe parole lunghe come “coccodrillo” od “elefante” per indicare un animale pericoloso, infatti si usa per il secondo “tembo” (o tempo). E le parole – le frasi – hanno una storia. E spesso ci sono dei problemi. Il film “Paths of Glory” divenne nell'italiano “Orizzonti di gloria” non per ignoranza dei traduttori ma perché “Sentieri di gloria conducono solo alla morte (o: non conducono altro che alla morte, se si traduce in modo diverso)” è una poesia che in Italia ben pochi conoscono. Ricordi la famosa frase di Saddam Hussein LA MADRE DI TUTTE LE BATTAGLIE? Beh LA MADRE DI nella lingua irachena vuole dire semplicemente grande, importante. Ma chi lo aveva capito? Concludendo: non bisogna insegnare a poliziotti e impiegati comunali l'inglese o l'arabo, sarebbe impossibile. Bisogna insegnare l'italiano agli immigrati. Questo sarebbe fattibile.
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scritto da albertolupi alle ore 03:25
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la laicità: cala o decresce?
Il titolo di per sé lo capirebbe una cinquantina di persone nell'universo mondo, troppo lungo per fare qua una spiegazione dettagliata era il nostro professore di chimica fisica detto “K” (per rispettare la privacy) che ogni tanto si confondeva e chiedeva se un certo valore CALA O DCRESCE?, alla terza volta si accorgeva dell'errore era iniziava a riderne da se, dimostrando una capacità di recupero non indifferente, spero sia ancora al mondo. “Marginali a destra e a sinistra” è la fotografia scattata da Famiglia Cristiana in controtendenza rispetto alla presunta egemonia cattolica nella politica italiana. «Nel centrodestra - si legge sull'ultimo numero del settimanale - i cattolici navigano nell'anonimato, si fanno sentire solo quando sono in ballo temi bioetici, per zittirsi quando si affrontano questioni altrettanto fondamentali. Come il diritto d'asilo». E una situazione simile viene registrata anche nel centrosinistra, dove i credenti svolgono un analogo compito da gregari, «per raccogliere voti nell'area moderata degli elettori». È un quadro verosimile e che viene paradossalmente confermato dal percorso ricostruito e delineato nell'ultimo libro di Massimo Teodori: Contro i clericali. Dal divorzio al testamento biologico. La grande sfida dei laici (Longanesi, pp. 260, €16.00). «Clericale non vuol dire cattolico, e cattolico non vuol dire clericale, la storia insegna», esordisce Teodori che con questo saggio conclude una sua recente trilogia - Laici, l'imbroglio italiano, del 2007, e Storia dei laici nell'Italia clericale e comunista, dello scorso anno - dedicata proprio alla parabola attraversata nella cultura politica del Novecento italiano di un'anima e di una sensibilità autenticamente improntate alla laicità, ai diritti civili e all'antitotalitarismo. Teodori, storico e studioso del mondo anglosassone oltre che parlamentare radicale per tre legislature, affronta stavolta l'ultimo mezzo secolo di storia politica italiana, partendo da una domanda cruciale: come mai, sottolinea, nella Prima Repubblica con il più forte partito caratterizzato come cattolico (la DC) furono approvate leggi come quella sul divorzio e l'aborto invece oggi, che sulla carta siamo tutti più laici, si registra un'offensiva di stampo opposto? Non c'entra, aggiunge, il conflitto secolare tra cattolici contro gli eredi della tradizione risorgimentale, oppure (a guardare ancora più indietro) tra guelfi e ghibellini. Il riferimento alla laicità, spiega Teodori, viene infatti fatto proprio anche da molti credenti e cattolici che praticano la tolleranza, il rispetto dell'altro, il dubbio; mentre tra i clericali debbono essere annoverati anche i sedicenti "atei devoti", i cosiddetti teocon e, anche, i sostenitori della necessità di definire la nostra identità attraverso le cosiddette "radici cristiane" che, in buona sostanza trasformano la religione in una nuova ideologia secolare. continua...
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scritto da albertolupi alle ore 01:17
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storie di viados all'ONU
Spiegatemi una cosa, parlando del caso Marrazzo. Non mi ci raccapezzo, malgrado sia una storia degna di figurare allo stessi livello di quelle dell'Ispettore Morse. Io mi sono letteralmente perduto nei suoi contorni e dintorni. Da un lato questi Carabbinieri ricattatori, dall'altro la stampa “Libera ed Obbiettiva”, per dirla con Venditti. E lasciamo perdere se uno magari invidia Mr. B che ha stuoli di 18 enni ed è un po' disturbato dal sapere che qualcuno passa il suo tempo a viados. Un mercato dominato (per la gioa dei leghisti) da immigrati sudamericani in maggioranza brasiliani, ma con presenze anche di: colombiani, ecuadoregni, cileni, argentini. La vulgata attribuisce al termine la traduzione benevola di cerbiatti, ma non è così “viado”, in Brasile, è una parola considerata offensiva, un insulto, significa: deviato. Cerbiatto invece si dice “veado”. Ed è da questa storpiatura che nasce la confusione. Ma non è questo il punto, quanto che bisogna provare una intensa pietà per Giuseppe D’Avanzo, e Pino Corrias, Peter Gomez, Marco Travaglio. Tutti eroi d'una prosa politica e civile costretta da un'eternità a inseguire al posto dei begli scandali d'una volta (banane – il frutto!, la Locheed o la Telecom) lo scandalo privato in materia sessuale, precipitati dal grande sogno dell’informazione “criminale” (come il Watergate) a storie di marciapiede e toilettes. Ridotti, da un destino cinico e baro di saragattiana memoria – ma alla fine la Storia dà sempre ragione a chi la ragione ha – ad occuparsi ormai soltanto di storie d’alcova, distribuendo torti e ragioni, richieste di dimissioni per le diverse forme, come si dice, di sexual addiction. Forse è per questo che io non afferro il busillis. Ma l'ONU invece forse sì: le Nazioni Unite sono una bellissima idea nei principi, ma nella loro articolazione pratica si sono (a causa della loro stessa struttura antidemocratica) molto spesso dimostrate un’organizzazione quasi sempre inutile, spesse volte dannosa e in alcuni casi, come quello che stiamo per raccontare, anche straordinariamente comica. E’ successo questo: Martin Scheinin, nato il 4 Novembre 1954 ad Helsinki, Finlandia, e professore di "International Law" alla European University Institute in Firenze, Italia, ed anche Rapporteur speciale (mica roba ordinaria) dell’ONU sui diritti umani, ha presentato un rapporto di 23 pagine, ora in attesa di approvazione dell’Assemblea generale di New York, dal titolo “Protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo”. Tema non male, su cui qualsiasi persona dotata di buon senso si augura una riflessione seria. Parrebbe – purtroppo – che questo cattedratico europeo e burocrate ONU abbia prodotto un documento che degno d'uscire dal genio satirico dei fratelli Marx, od almeno di Corrado Guzzanti, pittosto che dalla mente di un acuto funzionario ONU, mi permetto ancora di essere uno che ritiene che che le due figure non coincidano, di necessità. Le misure antiterrorismo, sostiene il rapporto ONU, “rischiano di penalizzare ingiustamente le persone transgender” – i transessuali, insomma – “il cui aspetto e le cui generalità personali possono cambiare”. INSOMMA: secondo l’ONU le autorità di polizia dovrebbero astenersi dal cercare eventuali “kamikaze maschi che si travestono da donna per superare i controlli” perché accertarsi se sotto il burqa c’è effettivamente una donna e non un fuori di testa pieno di tritolo “potrebbe far diventare le persone transessuali oggetto di ulteriori molestie e sospetti”. Allo stesso modo, dice il rapporto ONU, le misure antiterrorismo che rendono più severe le procedure di rilascio, rinnovo e controllo dei documenti di identità sono un’altra pena indicibile per i travestiti. A non voler pensare male, siamo alla parodia del politicamente corretto. Ma, quando c’è di mezzo l’ONU, forse è il caso di pensare male, senza temere né di sbaglare e neanche di fare peccato!
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scritto da albertolupi alle ore 20:13
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milioni di CT, ma poche idee per le riforme
Come tutti sanno il nostro Paese è quello col più alto numero di Commissari Tecnici della Nazionale di Calcio. Probabilmente non 60 milioni; la natura non fa esemplari unici e quindi non credo di essere l'unico che di calcio non capisce nulla e lo ammette, ma forse 10 o 20 milioni di concittadini sono certi di essere in grado di fare una selezione migliore di quella di Lippi. Data la mia ignoranza non so quanti di essi abbiamo, o meno ragione.
Stupisce, in vista questa caratteristica il recente intervento del Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica davanti all'Anci (giovedì 22 ottobre 2009) ha affermato che è: "Indispensabile rivedere l'architettura istituzionale. Le riforme non sono punitive, farle senza contrapposizioni". E chiede, leggo un Senato delle autonomie locali e la fine del bicameralismo perfetto. Le riforme istituzionali sono ormai inderogabili ma non devono "diventare parte di uno scontro politico cieco nel nostro Paese" come pare sia stato da qualche anno a questa parte quindi, parlando a un incontro al Quirinale con l’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci) il capo dello Stato chiede "un contributo" perché "si può discutere di riforme al di fuori di contrapposizioni pregiudiziali, le riforme non sono punitive, facciamo in modo che se ne ragioni serenamente e limpidamente. Da tanto tempo le riforme sono state istruite, ma non si arriva - ha osservato il presidente - a sbocchi essenziali". Insomma il capo dello Stato ha definito oggi pomeriggio "indispensabile" la "rivisitazione dell’architettura istituzionale" del Paese. "Da molto tempo anch’io ho presentato l’esigenza che venga un contributo in questo senso" da tutte le forze della società. In particolare "per quanto riguarda il parlamento esiste la necessità riconosciuta di mettere mano al sistema bicamerale" diversificando le funzioni di Camera e Senato. Non è più tempo di bicameralismo perfetto, insomma, e per il futuro "non dev’essere sottovalutata l’importanza del Senato in quanto Camera delle autonomie": "non è un declassamento", ma un arricchimento del principio di rappresentatività istituzionale.
Bene, se anche il PdR lo chiede allora la mia idea che siamo arrivati al capolinea non è peregrina; l'unica domanda è se non siamo arrivati alla conclusione con 20 anni di ritardo. Ma io sono un tizio che non rappresenta che se stesso, il nostro presidente non ha una idea di come fare le cose? Mi perdoni, Presidente, ma io penso che Lei potrebbe, davvero mettere sul tappeto qualche idea. Che so, invitare a cena Pannella e fare due chiacchiere. Dire “bisogna fare” non basta, specie se gli altri non fanno. Quello che è inderogabile è enunciare le proprie idee: come diversificare le due camere non sarebbe ad esempio difficile, si potrebbe dare ad una, per pura ratio del discorso diciamo la Camera la ultima parola sulle leggi di spesa e quelle che impongono le tasse, rendendo invece il Senato titolare del riconoscimento e della tutela dei diritti, titolare delle nomine di competenza parlamentare o cos'altro si voglia, ma mi parrebbe – col tutto il rispetto ovviamente – non una gran cosa fare di una camera il rappresentate di una diversa Italia rispetto all'altra
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scritto da albertolupi alle ore 19:34
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le ore
Non tutti sanno chi sia Guido Ceronetti, nato ad Andezeno – piccolo comune in provincia di Torino, il 24 agosto 1927. Uomo di straordinaria erudizione e di fine sensibilità umanistica, è un poeta, filosofo, scrittore, giornalista – ha cominciato nel 1945 a collaborare con vari giornali, la sua presenza sul quotidiano La Stampa ebbe inizio nel 1972 e continua tuttora, traduttore – sia dal latino (Marziale, Catullo, Giovenale ecc.) sia dall'antico ebraico (Sacra Scrittura). È, inoltre, un drammaturgo ed un teatrante e marionettista: nel 1970 ha dato vita al Teatro dei Sensibili allestendo, insieme alla moglie Erica Tedeschi, spettacoli itineranti con le sue "marionette ideofore". Nel 1994 è stato aperto, nell'Archivio Prezzolini della Biblioteca Cantonale di Lugano, il fondo Guido Ceronetti, da lui scherzosamente definito "il fondo senza fondo".
Da “La Stampa” del 23 ottobre 2009 non bisogna perdersi una meravigliosa pagina: “Se a scuola ci fosse l'ora pagana”. È talmente meravigliosa che alla fine io mi perdo – ad essere sicero, ma vale di sicuro sinché riesco a seguirla – sempre che non sbagli tutto ovvio.
A leggerne sulle cronache, non pare che l’ora di islamismo depurato sia prossima sul quadrante della scuola italiana. La lentezza dell’Italia ufficiale è Oriente, il suo tempo non conosce orario, tra la frenesia informatico-telematica s’intravvede il beduino che guarda le capre, la mula di mastro Don Gesualdo, la guerra di Troia... Basta pensare ai processi civili: passano generazioni... Però neppure l’Islam ha fretta. L’idea di convertire l’Europa cristiana in dissolvimento religioso, dopo le mura di Vienna e le lance di Poitiers, e il lungo sonno prima di Lawrence e l’apparizione come dal nulla di Israele, è sogno islamico, certamente.
Ma forse nella diaspora delle moschee vecchie e nuove si pensa di arrivarci (Ramadan puntualmente osservato da almeno metà delle famiglie italiane oggi tiepidamente cattoliche) non prima del 2101. Quel che sarà - sarà. La prospettiva più vicina impone due verità: a) l’Islam non è assimilabile né modificabile. Quel che è avvenuto nel tremendo dogmatismo cristiano medievale rotto dalla Riforma e inoltre dopo tre secoli di miracolosa filologia critica biblica incessante non ha neppure sfiorato la grande Muraglia coranica, e adesso abbiamo anche il confronto radicale con una guerra santa senza frontiere. b) il moltiplicarsi delle moschee non è segno di integrazione né di estensione della libertà di coscienza (che subordina tutti i dogmi alla legge di ogni vera Repubblica) ma di occupazione, che per noi è politica e data per concessione, per loro si tratta invece di spazi e spazietti urbani assunti dalla fede coranica e sottratti legalmente, in senso religioso illimitato, alla sovranità della maggioranza non mussulmana.
Islam non è buddismo né chiesa evangelica o altro. Islam è Islam. E’ sciocchino chiedergli di essere diverso. All’Opus Dei puoi chiedergli di essere liberale? Bene. A ciascuno il suo. L’ora scolastica cattolica brucia un tempo dello Stato uguale per tutte le religioni (che in Italia sono, grandi e piccole, circa settecento); l’ora scolastica islamica azzererebbe (o renderebbe relativa) la sovranità statale assoluta su tanti frammentini di territorio pubblico quante sono le aule destinate a ospitarla. Nell’idea coranica di comunità religiosa - se non erro -, la umma, il popolo dei credenti, come ogni asfalto o tappeto di preghiera, a maggior ragione ogni aula dove s’impartiscano a un pezzetto di umma lezioni di Libro Sacro (il Kitàb) diventerebbe dar-al-islam, Casa di Islam (tradotto solitamente terra d’Islam, ma nel fondo rimane sempre il senso primario di casa propria, porzione, porziuncola del popolo credente). Esaminandola in base al diritto religioso islamico la faccenda potrà, credo, essere chiarita meglio, e suggerisco di consultarlo prima di compiere passi incauti per incantamento dell’inafferrabile fantasma dell’integrazione per tutti e concessa a tutti. Se l’ora fosse, utopisticamente, catto-mussulmana e addirittura maschile-femminile, la lezione di tolleranza sarebbe esemplare; ma dubito che la Chiesa e gli imam, giubilanti, la riceverebbero dal nostro Stato come una grazia. La bio-diversità religiosa è una realtà umana come tutto ciò che è vivente, e ne va tenuto conto. L’esistenza delle balene (non esclusa Moby Dick) importa ai condominii della Bovisa o di Mirafiori, dei Parioli o di Firenze, ma per applicare alle religioni questa grande e povera verità non si può dare filosoficamente il mondo alle concezioni monoteiste: ci vuole una filosofia naturale, un pensiero dai monoteismi rigettato e perseguitato. Un’ora scolastica e extrascolare diversa, allora? Di paganesimo puro e rigoroso? Di pitagorismo? Di stoicismo? Con letture virgiliane? Il sesto dell’Eneide come iniziazione ai regni per dove passerà Dante il cristiano? Dante frater templarius, amico di ebrei e di mussulmani, e grande condor in volo al di sopra di tutti? Sarebbe una bella finestra, da cui potrebbero apparirci, forse, le luci remote dell’Amore infinito.
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scritto da albertolupi alle ore 19:32
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OK...
OK! allora non vi ricordate quello slogan che finiva con “VIA L'ODIATO GOVERNO COLOMBO”. Ma ricordate quelli sul Vietnam? Perché se volete cose più blasonata della stampa berlusconiana abbiamo di Marco Masciaga da Il sole 24 ore del 22 ottobre 2009 la “Caccia in Vietnam ai monaci Zen” «No electricity, no water, no food: no problem!». Se non ci fossero a disposizione che una manciata di parole per raccontare lo spirito con cui i monaci zen del monastero di Bat Nha stanno affrontando la repressione del regime vietnamita, le più appropriate sarebbero quelle Tam Thuong, una novizia. In quel «niente elettricità, niente acqua, niente cibo: nessun problema!», scritto alcuni giorni fa in una lettera c’è molto dello spirito che anima una delle correnti meno dogmatiche e più introspettive del buddismo che fa riferimento al monaco Thich Nhat Hanh. E c’è la forza di chi non intende piegarsi al voltafaccia del governo di Hanoi che nel 2005, in cerca di una patente di rispettabilità internazionale, ha creato i presupposti per la nascita del monastero e lo scorso settembre ne ha incoraggiato lo scempio. Dopo le prime avvisaglie di fine 2008, i monaci del monastero di Bat Nha hanno subìto un primo attacco lo scorso giugno, quando si sono trovati assediati da una folla ostile composta, secondo alcune fonti, anche da agenti di polizia in borghese. Un tentativo di sgombero che i monaci hanno respinto, ma che li ha lasciati isolati per giorni senza acqua, luce, telefono e cibo. Un prologo di quanto sarebbe accaduto a settembre, con un secondo attacco, i pestaggi e l’arresto di due religiosi di cui da allora si sono perse le tracce. «Ci hanno insultato, ci hanno picchiato in modo brutale», ha raccontato a Radio Free Asia uno dei monaci aggrediti. «Hanno fatto a pezzi i nostri vestiti, per umiliarci, sfasciando qualsiasi cosa fosse alla loro portata». «Quello che è seguito è stato lo sgombero di Bat Nha», probabilmente deciso dal governo e messo in atto anche con l’aiuto della polizia, spiega al telefono una delle religiose che sta seguendo l’evolversi della situazione dalla Francia, dove il monaco Thich Nhat Hanh, costretto a fuggire dal suo paese, ha fondato la comunità di Plum Village. «In questo momento - spiega - i monaci sono ospiti di un altro monastero, ma sapere con esattezza in quanti siano è impossibile. Comunque più di 300. Alcuni di loro sono stati portati via dalla polizia, altri hanno ceduto alle preghiere dei propri familiari perché rinunciassero a resistere. Salvo poi scoprire che erano state le stesse autorità a obbligare i parenti a fare quegli appelli». Nell’ultimo quinquennio sono cambiate molte cose per la libertà religiosa in Vietnam. Non sempre nella direzione auspicata da chi chiedeva più uguaglianza. Nel 2005 il Vietnam continuava a figurare nella lista dei "Countries of particular concern" stilata dal dipartimento di Stato americano valutando anche i limiti alla libertà di religione. Un biglietto da visita imbarazzante per un paese in cerca di sdoganamento internazionale e ansioso di entrare a far parte della WTO. L’anno successivo la black list era un ricordo e l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio una realtà. Merito sia di alcune riforme che di alcuni gesti dal forte valore simbolico. Come quello di invitare Thich Nhat Hanh, il carismatico maestro zen seguito dai monaci di Bat Nha, a rientrare in patria dopo un esilio di 39 anni. Una volta incassato l’ingresso nella WTO - sostengono alcuni osservatori - il nuovo clima di tolleranza verso le minoranze religiose si è affievolito, facendo posto all’approccio repressivo di un tempo. E tra i bersagli principali sono finiti proprio i seguaci del maestro Thich Nhat Hanh. Colpevole, secondo alcuni, di avere espresso la propria solidarietà al Dalai Lama, irritando così la Cina, suscettibile alleato del governo. Temuto, secondo altri, perché portatore di un’interpretazione del buddismo moderna - ha 27.494 fan su Facebook e 8.046 follower su Twitter - e popolare tra i ceti più colti (quindi pericolosi) e dinamici della società vietnamita. «Il governo - spiega Elaine Pearson, vicedirettrice per l’Asia di Human Rights Watch - vede diversi gruppi religiosi, in particolare quelli su cui teme di non poter esercitare il proprio controllo, come una sfida all’autorità del Partito comunista». Non a caso - documenta un recente rapporto della Commissione USA sulle libertà religiose nel mondo - in Vietnam continua a essere routine la schedatura di chi si reca in un luogo di culto e la dissuasione nei confronti dei potenziali nuovi adepti rimane una pratica diffusa. Non solo. Grazie allo zelo di alcuni funzionari, in certe zone del paese l’accesso ai servizi essenziali come scuola e sanità è prerogativa solo di chi non professa alcun culto o di chi si dichiara vicino a uno di quelli "benedetti" dal regime. Tutte discriminazioni che, almeno per il momento, non sembrano in grado di poter incrinare la serena determinazione dei monaci zen di Bat Nha. «Per favore - si chiude la lettera della novizia Tam Thoung - non ci obbligate a rinunciare al nostro monastero e ai nostri insegnamenti. Non separate i nostri fratelli e le nostre sorelle. Non chiediamo altro di poter professare la nostra religione in pace».
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scritto da albertolupi alle ore 00:29
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Pane pace progresso e libertà
Ricordate quello slogan? finiva con VIA L'ODIATO GOVERNO COLOMBO. Non c'entra un picchio con quello che ho trovato di Felice Manti, riportato da Notizie RAdicali e pubblicato da da Il Giornale del 22 ottobre 2009, ma si tratta sempre della sessa gente: "Mi stanno distruggendo per un libro sui crimini partigiani" In Umbria non c’è spazio per un libro che denuncia i crimini della Resistenza, né per il suo autore né tantomeno per chi, liberamente, ne consiglia la lettura. La «colpa» di Marcello Marcellini, avvocato ternano col pallino della storia, è quella di aver violato l’immagine della Brigata di partigiani comunisti Antonio Gramsci in un libro, I Giustizieri (Mursia editore) che raccoglie i documenti dell’epoca. Siamo in piena Resistenza, tra i territori appenninici tra le province di Terni e Rieti, la zona di Leonessa. La brigata Gramsci, infarcita di comunisti e titini e fiore all’occhiello della nomenklatura rossa che da sessant’anni governa indisturbata l’Umbria, secondo la ricostruzione del libro avrebbe compiuto almeno sei blitz a casa di alcuni civili tra l’11 marzo e il 18 maggio 1944. I responsabili, processati grazie alle testimonianze dell’epoca, vennero però assolti dalla magistratura perché erano «atti di guerra» nonostante le «violenze gratuite, le sevizie, gli omicidi brutali, feroci e ipocritamente ammantati di connotati politici». Le vittime, almeno sette, «venivano trascinate fuori e uccise a bastonate e pugnalate. Spesso venivano evirate e ai cadaveri venivano strappati gli occhi». La colpa di Francesco Pullia, dirigente nazionale dei Radicali è invece quella di essere l’autore di una recensione favorevole al libro, pubblicata su Notizie radicali e sul Corriere dell’Umbria. Crocifisso per quell’articolo, Pullia al Giornale non nasconde un po’ di preoccupazione per il clima che si è creato intorno a lui. Su internet, nei forum ma anche nel suo ufficio, alla Provincia di Terni, non si parla d’altro che di lui, con toni tutt’altro che lusinghieri e slogan anni Settanta come «la coscienza di classe» che secondo i suoi superiori nell’ufficio pubblico il giornalista non avrebbe. Lui si schernisce, non vuole nemmeno pronunciare la parola mobbing, ma l’atmosfera intorno a lui è incandescente, al limite dell’esplicito invito a trovarsi un altro lavoro. «Per favore, preferisco rimanere zitto. Non voglio peggiorare le cose», si limita a dire al cellulare. Domani un centro sociale umbro ha annunciato una manifestazione di protesta contro quel libro «revisionista». Alla faccia della libertà di stampa. Insomma, nella democratica Umbria rossa guai a chi tocca l’icona della Resistenza, guai a chi smentisce la versione recitata a memoria dalle vestali della storia. Il messaggio è questo. «Peccato. Il mio voleva essere un contributo al dialogo - dice l’autore del volume - mettere in luce certi episodi non significa criminalizzare quella stagione da cui nacque la Repubblica italiana». Ma a chi grida alla censura invocando l’intervento dell’Europa, (e perché no, i caschi blu dell’Onu) contro lo strapotere mediatico di Silvio Berlusconi, sbeffeggiato a ogni ora del giorno sulle tv pubbliche e private, non va giù che qualcuno come Marcellini e Pullia abbia osato violare il codice rosso dei partigiani. Guai a sostenere che certi eccidi non avevano niente a che fare con la liberazione ma erano puri e semplici «omicidi politici» nati dal brodo di coltura del tempo e alimentati dall’odio ideologico. Non è un caso dunque se le accuse più pesanti rivolte al «collaborazionista» radicale arrivino da Renato Covino, docente di storia contemporanea all’università di Perugia: «Pullia soffre di manie di persecuzione dopo che un imbecille gli ha spedito una lettera anonima, si considera bersaglio di una fatwa», ha scritto il docente nei giorni scorsi. «In realtà è un poveretto che si è messo in testa di fare il Pannella, ma imita male il suo guru dalla foga iconoclasta e campione di malafede come Indro Montanelli». E ancora: «Quello di Marcellini non è altro che romanzo, una sorta di thriller sanguinolento con effettacci. Oggi si pubblica tanta robaccia e non è un libro più o meno brutto che fa la differenza quanto i suoi esegeti e apologisti». Insomma, guai a ripensare a quella stagione, guai a dire all’Umbria rossa che «non si può negare rispetto e pietà per tutti i morti di quella stagione», perché solo così «si può trovare quell’unità nazionale finora negata da vecchie contrapposizioni». Come dice quel «revisionista» del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
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scritto da albertolupi alle ore 00:21
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Più patti per tutti
Leggo, ammiro, copio, POSTO (ma è lingua italiana?): L’idea dell’ora di religione islamica nella scuola pubblica è l’ennesimo caso di tacòn peggiore del buso inventato dalla politica italiana nella rincorsa a chi si fa notare di più sulle questioni dell’immigrazione. Che venga persino avallata a sinistra, in un terzomondismo da perditempo che supera persino gli assai più importanti e delicati principi di laicità dello Stato, è ulteriormente disarmante. L’ora di religione a scuola è inutile dal punto di vista educativo e sbagliata nel principio: l’unica ragione per non fare una civile battaglia per la sua abolizione è un rispetto eccessivo per le sensibilità di alcuni cattolici nei confronti di una deviazione dalla laicità dello Stato purtroppo consolidata da ragioni storiche e diplomatiche. Ma che addirittura si trasformi lo stato di fatto cattolico in stato ufficialmente multireligioso ...
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scritto da albertolupi alle ore 04:52
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Infastidito dalle effusioni amorose tra due ragazze, un gruppo di magrebini l’altra sera in zona Portello a Padova ha usato le maniere forti: ne ha scaraventata una a terra e ricoperta di improperi. Tutto perché aveva palesato il più naturale dei sentimenti, l’amore, nei confronti di una sua coetanea. Un amore insano agli occhi di chi viene da un paese di stretta osservanza musulmana, dove l’omosessualità maschile è diffusa anche se è un tabù di cui non parlare mai e quella femminile quasi un crimine. Che può costare anche il linciaggio: «Al nostro paese queste cose vengono punite con la lapidazione », ha sibilato uno dei tre nordafricani in faccia alla ragazza lesbica dopo averla spinta a terra. Poi il giovane magrebino, evidentemente alticcio a giudicare dall’alito, ha riferito la giovane aggredita, se ne è andato via, sputando a terra in segno di disprezzo. DATI I RECNTI FATTI ANTI-GAY PARE UN SEGNO D'INTEGRAZIONE!
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scritto da albertolupi alle ore 16:23
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suicidi assistiti
Il nostro parlamento sproloquia sui suicidi assiatiti, la bioetica, la RU 4e qualcosa, il biotestamento ed il bio senzatesta, da altre parti si discute meno e si opera di più... A website affiliated with Shabaab celebrated a Somali-American from Seattle as one of the suicide bombers who conducted a complex assault against the African Union peacekeeper base in Mogadishu last week. The suicide bombers easily entered the AMISOM military compound while driving two white vehicles with United Nations markings. "We thought they were real UN cars carrying white people," a witness told Reuters. The drivers of the car "spoke English and identified themselves as being from the United Nations," Somalia's information minister said. Shabaab cannot rely on its usual, illiterate cannon fodder to target well protected objectives in Somalia, so it has decided to deploy Somali-Americans as qualified suicide bombers. Western volunteers are fluent in spoken English and able to pretend they are authentic United Nations officers. The attack was successful. The deputy military commander for the African Union Mission in Somalia (AMISOM) was among the 21 people killed. The bomber – in his 20s – had lived in the United States until as recently as 2007. He’s the seventh American thought to have been killed while fighting with Shabaab in Somalia. Read more: http://www.longwarjournal.org/threat-matrix/archives/2009/09/shabaab_claims_american_was_on.php#ixzz0S9aifbQy September 12, 2009 3:14 PM The sixth American is thought to have been killed while fighting with Shabaab in Somalia. From Minnesota Public Radio: Troy Kastigar's family received reports of his death within the past week, according to friends of the family. The circumstances of his reported death aren't clear, and the information could not be confirmed by the FBI. Kastigar's involvement in Somalia is a puzzle in itself. He told his mother that he was going to Kenya when he left the Twin Cities last November. Somali community members believe Kastigar was part of the last wave of Minnesota men who joined the violent militia al-Shabaab in Somalia. While some of the 20 or so men say they left to defend their homeland in a bloody civil war, Katigar's motivations are less clear. Read more: http://www.longwarjournal.org/threat-matrix/archives/2009/09/sixth_american_dies_while_figh.php#ixzz0S9aT3MEL
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scritto da albertolupi alle ore 23:08
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1/9/(1939)
Vi sono alcune concezioni errate riguardo alla Campagna di settembre polacca: 1) L'esercito tedesco utilizzò sconvolgenti nuovi metodi di condurre la guerra, facendo largo uso della nuova tecnologia: il mito della blitzkrieg era stato snobbato da alcuni autori, come Matthew Cooper, che scrive: «Durante la Campagna di settembre, l'impiego delle unità meccanizzate rivelò l'idea che esse dovevano solo essere di aiuto e di supporto alle attività della fanteria…. Pertanto, ogni sfruttamento strategico era escluso. La paralisi del comando e la caduta del morale non furono gli unici scopi dei tedeschi, ma furono solo il risultato accidentale delle manovre di rapido accerchiamento della Luftwaffe, che avevano come obiettivo la distruzione fisica del nemico. Questa fu la Vernichtungsgedanke della campagna polacca». La Vernichtungsgedanke (letteralmente "concetto di annichilimento" ed è generalmente utilizzato per rendere l'idea del concetto di annichilazione rapida delle forze nemiche originario della dottrina tattica dello stato prussiano risalente a Federico il Grande. Il termine pone l'enfasi sul movimento rapido e fulmineo atto a sbilanciare il nemico e a spiazzarlo, permettendo in tal modo all'attaccante di imporre la sua volontà a colui che doveva difendersi)era la strategia teorizzata da Karl von Clausewitz e fu applicata alla campagna di Polonia proprio come fu applicata alla guerra franco-prussiana del 1870 o nell’assalto alla Francia nel 1914. Molti storici del dopoguerra attribuiscono erroneamente la vittoria tedesca all'«enorme sviluppo nella tecnica militare che avvenne tra il 1918 e il 1940, sostenendo che la Germania tradusse in pratica la teoria e chiamò il risultato Blitzkrieg». Le divisioni dei panzer non ebbero ruolo strategico, ma furono sempre subordinate alle azioni di massa della fanteria. Zaloga e Madej in “La Campagna di Polonia 1939”, trattano anche l'argomento delle interpretazioni mitiche della Blitzkrieg e delle altre armi utilizzate nella campagna: «Mentre i rapporti occidentali della Campagna hanno posto l'accento sulle azioni scioccanti dei panzer, hanno in realtà sottostimato il pesante impatto dell'artiglieria tedesca sulle unità polacche; numerosa e ad alta mobilità l'artiglieria sconfisse tante unità quante quelle sconfitte dagli altri reparti della Wehrmacht» tra l’altro anche gli Stuka erano usati come artiglieria. 2) Le milizie polacche erano così arretrate che combattevano i carri armati con la cavalleria: anche se la Polonia possedeva 11 brigate di cavalleria e la sua dottrina militare enfatizzava le unità di cavalleria come elite dell'esercito, anche altre armate dell'epoca (incluse quelle sovietiche e tedesche) combattevano a cavallo. La cavalleria polacca (equipaggiata con tutte le armi leggere moderne come le Bofors 37 mm) non caricò mai i carri armati tedeschi, ma agì da fanteria mobile come unità da ricognizione, tra l’altro a volte con buoni risultati, perché l'esercito polacco non era arretrato, solo che utilizzava una dottrina troppo offensiva. 3) La flotta aerea polacca fu distrutta nei primi giorni della guerra: le forze aeree polacche, anche se numericamente inferiori, non furono distrutte sul campo, in quanto poco prima dell’attacco gran parte degli aerei furono decentrati. La forza aerea polacca rimase attiva per le prime due settimane della campagna, causando seri danni alla Luftwaffe. Inoltre, molti abili piloti polacchi riuscirono a scappare verso il Regno Unito e si unirono alla RAF combattendo durante la battaglia d'Inghilterra. 4) La Polonia offrì poca resistenza e si arrese quasi subito: la Germania dovette sostenere perdite non trascurabili, specialmente di veicoli e di aeroplani: la vittoria costò ai tedeschi l'equipaggiamento di un'intera divisione corazzata. La Luftwaffe perse 285 aerei e ne ebbe 279 danneggiati (il 25% delle proprie forze), contro perdite Polacche di 333 velivoli. Bisogna infine notare che la campagna di Polonia durò solo una settimana in meno della battaglia di Francia del 1940, anche se le forze alleate anglo-francesi erano maggiormente confrontabili con quelle della Germania sia in forza che in numero. La Polonia inoltre non si arrese mai ai tedeschi. Anzi la resistenza di forze polacche terminò nel 1948 dopo una lotta anche contro le forze sovietiche. Inoltre la fine della resistenza placca fu determinata dalla invasione Sovietica, che impedì il “piano B” d’una resistenza nella parte meridionale, vicino al confine rumeno.
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scritto da albertolupi alle ore 16:42
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