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| Blog personale di Albert Lupi, nato a Ferrara italia a met del secolo passato
Personal BLOG by Alberto Lupi, born in the mid of the last century in Ferrara ITALY |
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Considerazioni riproposte
Questa pagina (nel senso del blog) non è intesa per fare polemiche. Viene redatta al solo scopo d'informare un casuale lettore. Se qualcuno volesse trovare qualche mia nota polemica, può con un poco di pazienza cercarle non lontano da qua. Preciso questo perché la nota che segue è stata generata – nella sua prima stesura – da una domanda su Yahoo Answer che suonava più o meno: “come mai quegli ignorati che negli uffici immigrazioni si occupano di stranieri non parlano altra lingua che l'italiano, e pure quello male?” Innanzitutto, per rispondere a questa domanda bisognerebbe chiedersi – e poi rispondersi – che cactus voglia dire parlare una lingua straniera, poi bisogna qualificare il quantitativo bene. La riflessione , essendo nata in risposta ad una polemica era quindi polemica per conto suo. Questa elaborazione successiva forse non riesce a eliminare del tutto una certa contrarietà. Contrarietà che nasce dal vedere che sempre abbiamo le stesse – inutili – domande. Uso una qualche volta anche io fare domande specie quando Google non da risposta, l'ultima riguardava una variante della frase "Ladran, Sancho, señal que cabalgamos." Una frase frequentemente attribuita a Don Quijote de la Mancha, de Miguel de Cervantes. Domandare una cosa che è nota, quale il basso livello della nostra Pubblica Amministrazione è a seconda dei casi una manifestazione di stupidità od una semplice presa di posizione abusivamente “politica”, in quanto una vera “presa di posizione politica” dovrebbe affermare (o suggerire) che dato il problema A o B la tale o talaltra azione deve essere presa. Se mai capitasse, ad uno dei miei lettori, d'essere derubato nei Paesi Baschi, come e' capitato a me, il poliziotto (che credo qualunque donna definirebbe un gran bell'uomo, e non uno sgorbio come i nostri) col quale hai parlato (i verbi sono usati con certe licenze per comodità espressive) in quell'inglese scolastico che nessun madre lingua inglese comprende ti dice che la denuncia devi farla in castellano (il termine “spagnolo” per la lingua e' usato solo un centroamerica). E questo nella Spagna tanto ammirata per avere abolito i padri, le madri, e così via, perché QUESTA E' LA REGOLA. Solo in Italia non si definisce la Costituzione come “la suprema legge del territorio” ma si usano lungaggini da azzeccagarbugli, come solo in Italia non si fa il ponte sullo stretto di Messina. Si vorrebbe al contrario... . Impossibile a dire. Ma tra questo il poliziotto di quartiere plurilingue. Poi accade che ci sono alcuni fatti che sconsigliano di applicare nella realtà' queste idee cattocomuniste. Come ha notato uno, Berlusconi – quando lo senti parlare in inglese – fa schifo. Sebbene un pelo meglio dell'attuale Primo Ministro, pure Prodi era da pietà: non è questione di schieramento (quello al massimo si comprende quando il professore parla in italiano) ma di natura. Grandissima parte di quel che segue è basato sulla coppia di lingue italiano inglese in quanto la prima è la nostra la seconda è la principale lingua veicolare all'inizio del XXI secolo. Primo, tra questi fatti: il sistema di fonazione tra famiglie linguistiche è diverso da un gruppo all'altro e simile tra idiomi vicini. Dopo i vent'anni è praticamente impossibile cambiare il modo in cui si emettono i suoni (principalmente le vocali). Questo significa che un tedesco che parli in inglese avrà un accento – e magari incertezze di vocabolario, ma i suoi suoni saranno (nella maggior parte) corretti dato che egli ha imparato nella sua infanzia una lingua che appartiene alla famiglia linguistica germanica, mentre un italiano non potrà mai pronunciare bene la famosa frase “The cat's in the hat”. Questo e non una supposta perfezione del sistema scolastico dei paesi nordici è responsabile del fatto che in quei paesi l'apprendimento di una lingua straniera sia più facile. Infatti lo è solo quando imparano una lingua della stessa famiglia: il professore tedesco che storpia la parlata di Dante è un classico dell'avanspettacolo. Alcune di queste lingue di ceppo germanico, quelle scandinave (esempio il norvegese), sono state costruite dal sistema scolastico nel periodo 1850-1900 a partire da un substrato che è principalmente il danese, mentre la più consistente coll'originale Old Norse è rimasto per ragioni d'isolamento geografico l'Islandese. L'olandese come il fiammingo sono in pratica dialetti tedeschi. Altra situazione fortunata è quella dei tedeschi i quali sono anche apparentati con la parte non neolatina del francese, dato che i franchi prima ed i normanni poi erano di ceppo e lingua germanica. Anche i cugini d'oltralpe hanno in conseguenza degli sviluppi storici, una notevole differenza linguistica tra il nord (rispetto a Parigi) e la Languedoc. L'italiano ha (ad una valutazione spannometrica) un 80% di suoni in comune con lo spagnolo, 70 col francese del sud, una buona similarità fonetica col greco moderno, ma molto meno con altre lingue. Il risultato è che poco studio ci permette di essere compresi quando si parli in greco (sebbene le differenze grammaticali siano enormi data la presenza dell'aspetto perfettivo/imperfettivo dei verbi), ma è opportuno evitare lo street talk di certe parti delle città americane. Già in uno Starbuk's comincia ad essere difficile ordinare un caffè. La sensibilità ai suoni, e questo e' il secondo punto, si forma sempre contemporaneamente allo sviluppo del nostro apparato fonetico, anzi la precede. Cosi il parlante italiano non riesce a individuare la minima emissione vocale (detta SCWAH) che il fatto di finire sempre la parola in vocale quando parliamo italiano ci fa emettere alla fine di parola come GIRL e BUT, cosicché noi diciamo “girla” e “butta” intendendo girl e but. Il parlante italiano è in grado di distinguere – con qualche limite ma con una certa facilità – quelle che in altre lingue sono le vocali lunghe. Molto meno quelle brevi. Questo fa in modo che a noi un mediorientale pare pronunciare solo delle 'a', 'o', ed 'u'. acoltando parlare in inglese non abbiamo difficoltà in quanto esse, a noi paiono dei dittonghi. “Pane”, “Pine”, “Pore”, “Pure”, “Peed” non ci creano difficoltà, almeno d'ascolto e di pronuncia. Al contrario “pin”, “pen”, “pan”, “pun”, e “pon” (accettando quest'ultimo quale abbreviazione di upon, riportata dai dizionari) sono (fuori dal contesto di una frase) quasi irriconoscibili uno dall'altro, specialmente i tre in mezzo. Questo perché i fonemi vocalici, in lingua inglese sono (a seconda i come uno li conta) tra quattordici e diciotto, in italiano noi ne contiamo, e scriviamo quasi altrettanti ma nel nostro caso c'è la possibilità (sebbene in pratica utilizzata meno che in francese e spagnolo) di adoperare la grafia accentata per distinguere tra la botte del vino e le botte da orbi, àncora ed ancòra e cosi via sino alla famosissima “Morto il capitano il nostromo capitanò la nave, son cose che càpitano. Naturalmente va senza dire che mentre la grafia italiana ha un carattere per quasi ogni vocale, ed il greco moderno addirittura tre caratteri da pronunciare la vocale “i”, in inglese alcuni suoni vocalici possono essere descritti anche da sette o più gruppi di lettere: il suono “i” lungo, a volte indicato con 'iy' ha le seguenti varianti grafiche e come in me, e...e come in scene, ee come in see, ea come in tea, ie come in piece, y come in very, ey come in key, ei come in ceiling, i come in taxi, i...e come in magazine ed infine eo come in people. E questo penso basti. Terzo il livelli semantico. La leggenda che ci siano 27 parole per indicare la neve in certe linge eschimesi è, appunto una leggenda ma è vero che i linguaggi si sviluppano funzionalmente alle necessità di comunicare. Nessun linguaggio africano userebbe parole lunghe come “coccodrillo” od “elefante” per indicare un animale pericoloso, infatti si usa per il secondo “tembo” (o tempo). E le parole – le frasi – hanno una storia. E spesso ci sono dei problemi. Il film “Paths of Glory” divenne nell'italiano “Orizzonti di gloria” non per ignoranza dei traduttori ma perché “Sentieri di gloria conducono solo alla morte (o: non conducono altro che alla morte, se si traduce in modo diverso)” è una poesia che in Italia ben pochi conoscono. Ricordi la famosa frase di Saddam Hussein LA MADRE DI TUTTE LE BATTAGLIE? Beh LA MADRE DI nella lingua irachena vuole dire semplicemente grande, importante. Ma chi lo aveva capito? Concludendo: non bisogna insegnare a poliziotti e impiegati comunali l'inglese o l'arabo, sarebbe impossibile. Bisogna insegnare l'italiano agli immigrati. Questo sarebbe fattibile.
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scritto da albertolupi alle ore 03:25
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la laicità: cala o decresce?
Il titolo di per sé lo capirebbe una cinquantina di persone nell'universo mondo, troppo lungo per fare qua una spiegazione dettagliata era il nostro professore di chimica fisica detto “K” (per rispettare la privacy) che ogni tanto si confondeva e chiedeva se un certo valore CALA O DCRESCE?, alla terza volta si accorgeva dell'errore era iniziava a riderne da se, dimostrando una capacità di recupero non indifferente, spero sia ancora al mondo. “Marginali a destra e a sinistra” è la fotografia scattata da Famiglia Cristiana in controtendenza rispetto alla presunta egemonia cattolica nella politica italiana. «Nel centrodestra - si legge sull'ultimo numero del settimanale - i cattolici navigano nell'anonimato, si fanno sentire solo quando sono in ballo temi bioetici, per zittirsi quando si affrontano questioni altrettanto fondamentali. Come il diritto d'asilo». E una situazione simile viene registrata anche nel centrosinistra, dove i credenti svolgono un analogo compito da gregari, «per raccogliere voti nell'area moderata degli elettori». È un quadro verosimile e che viene paradossalmente confermato dal percorso ricostruito e delineato nell'ultimo libro di Massimo Teodori: Contro i clericali. Dal divorzio al testamento biologico. La grande sfida dei laici (Longanesi, pp. 260, €16.00). «Clericale non vuol dire cattolico, e cattolico non vuol dire clericale, la storia insegna», esordisce Teodori che con questo saggio conclude una sua recente trilogia - Laici, l'imbroglio italiano, del 2007, e Storia dei laici nell'Italia clericale e comunista, dello scorso anno - dedicata proprio alla parabola attraversata nella cultura politica del Novecento italiano di un'anima e di una sensibilità autenticamente improntate alla laicità, ai diritti civili e all'antitotalitarismo. Teodori, storico e studioso del mondo anglosassone oltre che parlamentare radicale per tre legislature, affronta stavolta l'ultimo mezzo secolo di storia politica italiana, partendo da una domanda cruciale: come mai, sottolinea, nella Prima Repubblica con il più forte partito caratterizzato come cattolico (la DC) furono approvate leggi come quella sul divorzio e l'aborto invece oggi, che sulla carta siamo tutti più laici, si registra un'offensiva di stampo opposto? Non c'entra, aggiunge, il conflitto secolare tra cattolici contro gli eredi della tradizione risorgimentale, oppure (a guardare ancora più indietro) tra guelfi e ghibellini. Il riferimento alla laicità, spiega Teodori, viene infatti fatto proprio anche da molti credenti e cattolici che praticano la tolleranza, il rispetto dell'altro, il dubbio; mentre tra i clericali debbono essere annoverati anche i sedicenti "atei devoti", i cosiddetti teocon e, anche, i sostenitori della necessità di definire la nostra identità attraverso le cosiddette "radici cristiane" che, in buona sostanza trasformano la religione in una nuova ideologia secolare. continua...
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scritto da albertolupi alle ore 01:17
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storie di viados all'ONU
Spiegatemi una cosa, parlando del caso Marrazzo. Non mi ci raccapezzo, malgrado sia una storia degna di figurare allo stessi livello di quelle dell'Ispettore Morse. Io mi sono letteralmente perduto nei suoi contorni e dintorni. Da un lato questi Carabbinieri ricattatori, dall'altro la stampa “Libera ed Obbiettiva”, per dirla con Venditti. E lasciamo perdere se uno magari invidia Mr. B che ha stuoli di 18 enni ed è un po' disturbato dal sapere che qualcuno passa il suo tempo a viados. Un mercato dominato (per la gioa dei leghisti) da immigrati sudamericani in maggioranza brasiliani, ma con presenze anche di: colombiani, ecuadoregni, cileni, argentini. La vulgata attribuisce al termine la traduzione benevola di cerbiatti, ma non è così “viado”, in Brasile, è una parola considerata offensiva, un insulto, significa: deviato. Cerbiatto invece si dice “veado”. Ed è da questa storpiatura che nasce la confusione. Ma non è questo il punto, quanto che bisogna provare una intensa pietà per Giuseppe D’Avanzo, e Pino Corrias, Peter Gomez, Marco Travaglio. Tutti eroi d'una prosa politica e civile costretta da un'eternità a inseguire al posto dei begli scandali d'una volta (banane – il frutto!, la Locheed o la Telecom) lo scandalo privato in materia sessuale, precipitati dal grande sogno dell’informazione “criminale” (come il Watergate) a storie di marciapiede e toilettes. Ridotti, da un destino cinico e baro di saragattiana memoria – ma alla fine la Storia dà sempre ragione a chi la ragione ha – ad occuparsi ormai soltanto di storie d’alcova, distribuendo torti e ragioni, richieste di dimissioni per le diverse forme, come si dice, di sexual addiction. Forse è per questo che io non afferro il busillis. Ma l'ONU invece forse sì: le Nazioni Unite sono una bellissima idea nei principi, ma nella loro articolazione pratica si sono (a causa della loro stessa struttura antidemocratica) molto spesso dimostrate un’organizzazione quasi sempre inutile, spesse volte dannosa e in alcuni casi, come quello che stiamo per raccontare, anche straordinariamente comica. E’ successo questo: Martin Scheinin, nato il 4 Novembre 1954 ad Helsinki, Finlandia, e professore di "International Law" alla European University Institute in Firenze, Italia, ed anche Rapporteur speciale (mica roba ordinaria) dell’ONU sui diritti umani, ha presentato un rapporto di 23 pagine, ora in attesa di approvazione dell’Assemblea generale di New York, dal titolo “Protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo”. Tema non male, su cui qualsiasi persona dotata di buon senso si augura una riflessione seria. Parrebbe – purtroppo – che questo cattedratico europeo e burocrate ONU abbia prodotto un documento che degno d'uscire dal genio satirico dei fratelli Marx, od almeno di Corrado Guzzanti, pittosto che dalla mente di un acuto funzionario ONU, mi permetto ancora di essere uno che ritiene che che le due figure non coincidano, di necessità. Le misure antiterrorismo, sostiene il rapporto ONU, “rischiano di penalizzare ingiustamente le persone transgender” – i transessuali, insomma – “il cui aspetto e le cui generalità personali possono cambiare”. INSOMMA: secondo l’ONU le autorità di polizia dovrebbero astenersi dal cercare eventuali “kamikaze maschi che si travestono da donna per superare i controlli” perché accertarsi se sotto il burqa c’è effettivamente una donna e non un fuori di testa pieno di tritolo “potrebbe far diventare le persone transessuali oggetto di ulteriori molestie e sospetti”. Allo stesso modo, dice il rapporto ONU, le misure antiterrorismo che rendono più severe le procedure di rilascio, rinnovo e controllo dei documenti di identità sono un’altra pena indicibile per i travestiti. A non voler pensare male, siamo alla parodia del politicamente corretto. Ma, quando c’è di mezzo l’ONU, forse è il caso di pensare male, senza temere né di sbaglare e neanche di fare peccato!
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scritto da albertolupi alle ore 20:13
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milioni di CT, ma poche idee per le riforme
Come tutti sanno il nostro Paese è quello col più alto numero di Commissari Tecnici della Nazionale di Calcio. Probabilmente non 60 milioni; la natura non fa esemplari unici e quindi non credo di essere l'unico che di calcio non capisce nulla e lo ammette, ma forse 10 o 20 milioni di concittadini sono certi di essere in grado di fare una selezione migliore di quella di Lippi. Data la mia ignoranza non so quanti di essi abbiamo, o meno ragione.
Stupisce, in vista questa caratteristica il recente intervento del Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica davanti all'Anci (giovedì 22 ottobre 2009) ha affermato che è: "Indispensabile rivedere l'architettura istituzionale. Le riforme non sono punitive, farle senza contrapposizioni". E chiede, leggo un Senato delle autonomie locali e la fine del bicameralismo perfetto. Le riforme istituzionali sono ormai inderogabili ma non devono "diventare parte di uno scontro politico cieco nel nostro Paese" come pare sia stato da qualche anno a questa parte quindi, parlando a un incontro al Quirinale con l’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci) il capo dello Stato chiede "un contributo" perché "si può discutere di riforme al di fuori di contrapposizioni pregiudiziali, le riforme non sono punitive, facciamo in modo che se ne ragioni serenamente e limpidamente. Da tanto tempo le riforme sono state istruite, ma non si arriva - ha osservato il presidente - a sbocchi essenziali". Insomma il capo dello Stato ha definito oggi pomeriggio "indispensabile" la "rivisitazione dell’architettura istituzionale" del Paese. "Da molto tempo anch’io ho presentato l’esigenza che venga un contributo in questo senso" da tutte le forze della società. In particolare "per quanto riguarda il parlamento esiste la necessità riconosciuta di mettere mano al sistema bicamerale" diversificando le funzioni di Camera e Senato. Non è più tempo di bicameralismo perfetto, insomma, e per il futuro "non dev’essere sottovalutata l’importanza del Senato in quanto Camera delle autonomie": "non è un declassamento", ma un arricchimento del principio di rappresentatività istituzionale.
Bene, se anche il PdR lo chiede allora la mia idea che siamo arrivati al capolinea non è peregrina; l'unica domanda è se non siamo arrivati alla conclusione con 20 anni di ritardo. Ma io sono un tizio che non rappresenta che se stesso, il nostro presidente non ha una idea di come fare le cose? Mi perdoni, Presidente, ma io penso che Lei potrebbe, davvero mettere sul tappeto qualche idea. Che so, invitare a cena Pannella e fare due chiacchiere. Dire “bisogna fare” non basta, specie se gli altri non fanno. Quello che è inderogabile è enunciare le proprie idee: come diversificare le due camere non sarebbe ad esempio difficile, si potrebbe dare ad una, per pura ratio del discorso diciamo la Camera la ultima parola sulle leggi di spesa e quelle che impongono le tasse, rendendo invece il Senato titolare del riconoscimento e della tutela dei diritti, titolare delle nomine di competenza parlamentare o cos'altro si voglia, ma mi parrebbe – col tutto il rispetto ovviamente – non una gran cosa fare di una camera il rappresentate di una diversa Italia rispetto all'altra
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scritto da albertolupi alle ore 19:34
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le ore
Non tutti sanno chi sia Guido Ceronetti, nato ad Andezeno – piccolo comune in provincia di Torino, il 24 agosto 1927. Uomo di straordinaria erudizione e di fine sensibilità umanistica, è un poeta, filosofo, scrittore, giornalista – ha cominciato nel 1945 a collaborare con vari giornali, la sua presenza sul quotidiano La Stampa ebbe inizio nel 1972 e continua tuttora, traduttore – sia dal latino (Marziale, Catullo, Giovenale ecc.) sia dall'antico ebraico (Sacra Scrittura). È, inoltre, un drammaturgo ed un teatrante e marionettista: nel 1970 ha dato vita al Teatro dei Sensibili allestendo, insieme alla moglie Erica Tedeschi, spettacoli itineranti con le sue "marionette ideofore". Nel 1994 è stato aperto, nell'Archivio Prezzolini della Biblioteca Cantonale di Lugano, il fondo Guido Ceronetti, da lui scherzosamente definito "il fondo senza fondo".
Da “La Stampa” del 23 ottobre 2009 non bisogna perdersi una meravigliosa pagina: “Se a scuola ci fosse l'ora pagana”. È talmente meravigliosa che alla fine io mi perdo – ad essere sicero, ma vale di sicuro sinché riesco a seguirla – sempre che non sbagli tutto ovvio.
A leggerne sulle cronache, non pare che l’ora di islamismo depurato sia prossima sul quadrante della scuola italiana. La lentezza dell’Italia ufficiale è Oriente, il suo tempo non conosce orario, tra la frenesia informatico-telematica s’intravvede il beduino che guarda le capre, la mula di mastro Don Gesualdo, la guerra di Troia... Basta pensare ai processi civili: passano generazioni... Però neppure l’Islam ha fretta. L’idea di convertire l’Europa cristiana in dissolvimento religioso, dopo le mura di Vienna e le lance di Poitiers, e il lungo sonno prima di Lawrence e l’apparizione come dal nulla di Israele, è sogno islamico, certamente.
Ma forse nella diaspora delle moschee vecchie e nuove si pensa di arrivarci (Ramadan puntualmente osservato da almeno metà delle famiglie italiane oggi tiepidamente cattoliche) non prima del 2101. Quel che sarà - sarà. La prospettiva più vicina impone due verità: a) l’Islam non è assimilabile né modificabile. Quel che è avvenuto nel tremendo dogmatismo cristiano medievale rotto dalla Riforma e inoltre dopo tre secoli di miracolosa filologia critica biblica incessante non ha neppure sfiorato la grande Muraglia coranica, e adesso abbiamo anche il confronto radicale con una guerra santa senza frontiere. b) il moltiplicarsi delle moschee non è segno di integrazione né di estensione della libertà di coscienza (che subordina tutti i dogmi alla legge di ogni vera Repubblica) ma di occupazione, che per noi è politica e data per concessione, per loro si tratta invece di spazi e spazietti urbani assunti dalla fede coranica e sottratti legalmente, in senso religioso illimitato, alla sovranità della maggioranza non mussulmana.
Islam non è buddismo né chiesa evangelica o altro. Islam è Islam. E’ sciocchino chiedergli di essere diverso. All’Opus Dei puoi chiedergli di essere liberale? Bene. A ciascuno il suo. L’ora scolastica cattolica brucia un tempo dello Stato uguale per tutte le religioni (che in Italia sono, grandi e piccole, circa settecento); l’ora scolastica islamica azzererebbe (o renderebbe relativa) la sovranità statale assoluta su tanti frammentini di territorio pubblico quante sono le aule destinate a ospitarla. Nell’idea coranica di comunità religiosa - se non erro -, la umma, il popolo dei credenti, come ogni asfalto o tappeto di preghiera, a maggior ragione ogni aula dove s’impartiscano a un pezzetto di umma lezioni di Libro Sacro (il Kitàb) diventerebbe dar-al-islam, Casa di Islam (tradotto solitamente terra d’Islam, ma nel fondo rimane sempre il senso primario di casa propria, porzione, porziuncola del popolo credente). Esaminandola in base al diritto religioso islamico la faccenda potrà, credo, essere chiarita meglio, e suggerisco di consultarlo prima di compiere passi incauti per incantamento dell’inafferrabile fantasma dell’integrazione per tutti e concessa a tutti. Se l’ora fosse, utopisticamente, catto-mussulmana e addirittura maschile-femminile, la lezione di tolleranza sarebbe esemplare; ma dubito che la Chiesa e gli imam, giubilanti, la riceverebbero dal nostro Stato come una grazia. La bio-diversità religiosa è una realtà umana come tutto ciò che è vivente, e ne va tenuto conto. L’esistenza delle balene (non esclusa Moby Dick) importa ai condominii della Bovisa o di Mirafiori, dei Parioli o di Firenze, ma per applicare alle religioni questa grande e povera verità non si può dare filosoficamente il mondo alle concezioni monoteiste: ci vuole una filosofia naturale, un pensiero dai monoteismi rigettato e perseguitato. Un’ora scolastica e extrascolare diversa, allora? Di paganesimo puro e rigoroso? Di pitagorismo? Di stoicismo? Con letture virgiliane? Il sesto dell’Eneide come iniziazione ai regni per dove passerà Dante il cristiano? Dante frater templarius, amico di ebrei e di mussulmani, e grande condor in volo al di sopra di tutti? Sarebbe una bella finestra, da cui potrebbero apparirci, forse, le luci remote dell’Amore infinito.
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scritto da albertolupi alle ore 19:32
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OK...
OK! allora non vi ricordate quello slogan che finiva con “VIA L'ODIATO GOVERNO COLOMBO”. Ma ricordate quelli sul Vietnam? Perché se volete cose più blasonata della stampa berlusconiana abbiamo di Marco Masciaga da Il sole 24 ore del 22 ottobre 2009 la “Caccia in Vietnam ai monaci Zen” «No electricity, no water, no food: no problem!». Se non ci fossero a disposizione che una manciata di parole per raccontare lo spirito con cui i monaci zen del monastero di Bat Nha stanno affrontando la repressione del regime vietnamita, le più appropriate sarebbero quelle Tam Thuong, una novizia. In quel «niente elettricità, niente acqua, niente cibo: nessun problema!», scritto alcuni giorni fa in una lettera c’è molto dello spirito che anima una delle correnti meno dogmatiche e più introspettive del buddismo che fa riferimento al monaco Thich Nhat Hanh. E c’è la forza di chi non intende piegarsi al voltafaccia del governo di Hanoi che nel 2005, in cerca di una patente di rispettabilità internazionale, ha creato i presupposti per la nascita del monastero e lo scorso settembre ne ha incoraggiato lo scempio. Dopo le prime avvisaglie di fine 2008, i monaci del monastero di Bat Nha hanno subìto un primo attacco lo scorso giugno, quando si sono trovati assediati da una folla ostile composta, secondo alcune fonti, anche da agenti di polizia in borghese. Un tentativo di sgombero che i monaci hanno respinto, ma che li ha lasciati isolati per giorni senza acqua, luce, telefono e cibo. Un prologo di quanto sarebbe accaduto a settembre, con un secondo attacco, i pestaggi e l’arresto di due religiosi di cui da allora si sono perse le tracce. «Ci hanno insultato, ci hanno picchiato in modo brutale», ha raccontato a Radio Free Asia uno dei monaci aggrediti. «Hanno fatto a pezzi i nostri vestiti, per umiliarci, sfasciando qualsiasi cosa fosse alla loro portata». «Quello che è seguito è stato lo sgombero di Bat Nha», probabilmente deciso dal governo e messo in atto anche con l’aiuto della polizia, spiega al telefono una delle religiose che sta seguendo l’evolversi della situazione dalla Francia, dove il monaco Thich Nhat Hanh, costretto a fuggire dal suo paese, ha fondato la comunità di Plum Village. «In questo momento - spiega - i monaci sono ospiti di un altro monastero, ma sapere con esattezza in quanti siano è impossibile. Comunque più di 300. Alcuni di loro sono stati portati via dalla polizia, altri hanno ceduto alle preghiere dei propri familiari perché rinunciassero a resistere. Salvo poi scoprire che erano state le stesse autorità a obbligare i parenti a fare quegli appelli». Nell’ultimo quinquennio sono cambiate molte cose per la libertà religiosa in Vietnam. Non sempre nella direzione auspicata da chi chiedeva più uguaglianza. Nel 2005 il Vietnam continuava a figurare nella lista dei "Countries of particular concern" stilata dal dipartimento di Stato americano valutando anche i limiti alla libertà di religione. Un biglietto da visita imbarazzante per un paese in cerca di sdoganamento internazionale e ansioso di entrare a far parte della WTO. L’anno successivo la black list era un ricordo e l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio una realtà. Merito sia di alcune riforme che di alcuni gesti dal forte valore simbolico. Come quello di invitare Thich Nhat Hanh, il carismatico maestro zen seguito dai monaci di Bat Nha, a rientrare in patria dopo un esilio di 39 anni. Una volta incassato l’ingresso nella WTO - sostengono alcuni osservatori - il nuovo clima di tolleranza verso le minoranze religiose si è affievolito, facendo posto all’approccio repressivo di un tempo. E tra i bersagli principali sono finiti proprio i seguaci del maestro Thich Nhat Hanh. Colpevole, secondo alcuni, di avere espresso la propria solidarietà al Dalai Lama, irritando così la Cina, suscettibile alleato del governo. Temuto, secondo altri, perché portatore di un’interpretazione del buddismo moderna - ha 27.494 fan su Facebook e 8.046 follower su Twitter - e popolare tra i ceti più colti (quindi pericolosi) e dinamici della società vietnamita. «Il governo - spiega Elaine Pearson, vicedirettrice per l’Asia di Human Rights Watch - vede diversi gruppi religiosi, in particolare quelli su cui teme di non poter esercitare il proprio controllo, come una sfida all’autorità del Partito comunista». Non a caso - documenta un recente rapporto della Commissione USA sulle libertà religiose nel mondo - in Vietnam continua a essere routine la schedatura di chi si reca in un luogo di culto e la dissuasione nei confronti dei potenziali nuovi adepti rimane una pratica diffusa. Non solo. Grazie allo zelo di alcuni funzionari, in certe zone del paese l’accesso ai servizi essenziali come scuola e sanità è prerogativa solo di chi non professa alcun culto o di chi si dichiara vicino a uno di quelli "benedetti" dal regime. Tutte discriminazioni che, almeno per il momento, non sembrano in grado di poter incrinare la serena determinazione dei monaci zen di Bat Nha. «Per favore - si chiude la lettera della novizia Tam Thoung - non ci obbligate a rinunciare al nostro monastero e ai nostri insegnamenti. Non separate i nostri fratelli e le nostre sorelle. Non chiediamo altro di poter professare la nostra religione in pace».
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scritto da albertolupi alle ore 00:29
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Pane pace progresso e libertà
Ricordate quello slogan? finiva con VIA L'ODIATO GOVERNO COLOMBO. Non c'entra un picchio con quello che ho trovato di Felice Manti, riportato da Notizie RAdicali e pubblicato da da Il Giornale del 22 ottobre 2009, ma si tratta sempre della sessa gente: "Mi stanno distruggendo per un libro sui crimini partigiani" In Umbria non c’è spazio per un libro che denuncia i crimini della Resistenza, né per il suo autore né tantomeno per chi, liberamente, ne consiglia la lettura. La «colpa» di Marcello Marcellini, avvocato ternano col pallino della storia, è quella di aver violato l’immagine della Brigata di partigiani comunisti Antonio Gramsci in un libro, I Giustizieri (Mursia editore) che raccoglie i documenti dell’epoca. Siamo in piena Resistenza, tra i territori appenninici tra le province di Terni e Rieti, la zona di Leonessa. La brigata Gramsci, infarcita di comunisti e titini e fiore all’occhiello della nomenklatura rossa che da sessant’anni governa indisturbata l’Umbria, secondo la ricostruzione del libro avrebbe compiuto almeno sei blitz a casa di alcuni civili tra l’11 marzo e il 18 maggio 1944. I responsabili, processati grazie alle testimonianze dell’epoca, vennero però assolti dalla magistratura perché erano «atti di guerra» nonostante le «violenze gratuite, le sevizie, gli omicidi brutali, feroci e ipocritamente ammantati di connotati politici». Le vittime, almeno sette, «venivano trascinate fuori e uccise a bastonate e pugnalate. Spesso venivano evirate e ai cadaveri venivano strappati gli occhi». La colpa di Francesco Pullia, dirigente nazionale dei Radicali è invece quella di essere l’autore di una recensione favorevole al libro, pubblicata su Notizie radicali e sul Corriere dell’Umbria. Crocifisso per quell’articolo, Pullia al Giornale non nasconde un po’ di preoccupazione per il clima che si è creato intorno a lui. Su internet, nei forum ma anche nel suo ufficio, alla Provincia di Terni, non si parla d’altro che di lui, con toni tutt’altro che lusinghieri e slogan anni Settanta come «la coscienza di classe» che secondo i suoi superiori nell’ufficio pubblico il giornalista non avrebbe. Lui si schernisce, non vuole nemmeno pronunciare la parola mobbing, ma l’atmosfera intorno a lui è incandescente, al limite dell’esplicito invito a trovarsi un altro lavoro. «Per favore, preferisco rimanere zitto. Non voglio peggiorare le cose», si limita a dire al cellulare. Domani un centro sociale umbro ha annunciato una manifestazione di protesta contro quel libro «revisionista». Alla faccia della libertà di stampa. Insomma, nella democratica Umbria rossa guai a chi tocca l’icona della Resistenza, guai a chi smentisce la versione recitata a memoria dalle vestali della storia. Il messaggio è questo. «Peccato. Il mio voleva essere un contributo al dialogo - dice l’autore del volume - mettere in luce certi episodi non significa criminalizzare quella stagione da cui nacque la Repubblica italiana». Ma a chi grida alla censura invocando l’intervento dell’Europa, (e perché no, i caschi blu dell’Onu) contro lo strapotere mediatico di Silvio Berlusconi, sbeffeggiato a ogni ora del giorno sulle tv pubbliche e private, non va giù che qualcuno come Marcellini e Pullia abbia osato violare il codice rosso dei partigiani. Guai a sostenere che certi eccidi non avevano niente a che fare con la liberazione ma erano puri e semplici «omicidi politici» nati dal brodo di coltura del tempo e alimentati dall’odio ideologico. Non è un caso dunque se le accuse più pesanti rivolte al «collaborazionista» radicale arrivino da Renato Covino, docente di storia contemporanea all’università di Perugia: «Pullia soffre di manie di persecuzione dopo che un imbecille gli ha spedito una lettera anonima, si considera bersaglio di una fatwa», ha scritto il docente nei giorni scorsi. «In realtà è un poveretto che si è messo in testa di fare il Pannella, ma imita male il suo guru dalla foga iconoclasta e campione di malafede come Indro Montanelli». E ancora: «Quello di Marcellini non è altro che romanzo, una sorta di thriller sanguinolento con effettacci. Oggi si pubblica tanta robaccia e non è un libro più o meno brutto che fa la differenza quanto i suoi esegeti e apologisti». Insomma, guai a ripensare a quella stagione, guai a dire all’Umbria rossa che «non si può negare rispetto e pietà per tutti i morti di quella stagione», perché solo così «si può trovare quell’unità nazionale finora negata da vecchie contrapposizioni». Come dice quel «revisionista» del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
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scritto da albertolupi alle ore 00:21
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Più patti per tutti
Leggo, ammiro, copio, POSTO (ma è lingua italiana?): L’idea dell’ora di religione islamica nella scuola pubblica è l’ennesimo caso di tacòn peggiore del buso inventato dalla politica italiana nella rincorsa a chi si fa notare di più sulle questioni dell’immigrazione. Che venga persino avallata a sinistra, in un terzomondismo da perditempo che supera persino gli assai più importanti e delicati principi di laicità dello Stato, è ulteriormente disarmante. L’ora di religione a scuola è inutile dal punto di vista educativo e sbagliata nel principio: l’unica ragione per non fare una civile battaglia per la sua abolizione è un rispetto eccessivo per le sensibilità di alcuni cattolici nei confronti di una deviazione dalla laicità dello Stato purtroppo consolidata da ragioni storiche e diplomatiche. Ma che addirittura si trasformi lo stato di fatto cattolico in stato ufficialmente multireligioso ...
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scritto da albertolupi alle ore 04:52
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Infastidito dalle effusioni amorose tra due ragazze, un gruppo di magrebini l’altra sera in zona Portello a Padova ha usato le maniere forti: ne ha scaraventata una a terra e ricoperta di improperi. Tutto perché aveva palesato il più naturale dei sentimenti, l’amore, nei confronti di una sua coetanea. Un amore insano agli occhi di chi viene da un paese di stretta osservanza musulmana, dove l’omosessualità maschile è diffusa anche se è un tabù di cui non parlare mai e quella femminile quasi un crimine. Che può costare anche il linciaggio: «Al nostro paese queste cose vengono punite con la lapidazione », ha sibilato uno dei tre nordafricani in faccia alla ragazza lesbica dopo averla spinta a terra. Poi il giovane magrebino, evidentemente alticcio a giudicare dall’alito, ha riferito la giovane aggredita, se ne è andato via, sputando a terra in segno di disprezzo. DATI I RECNTI FATTI ANTI-GAY PARE UN SEGNO D'INTEGRAZIONE!
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scritto da albertolupi alle ore 16:23
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suicidi assistiti
Il nostro parlamento sproloquia sui suicidi assiatiti, la bioetica, la RU 4e qualcosa, il biotestamento ed il bio senzatesta, da altre parti si discute meno e si opera di più... A website affiliated with Shabaab celebrated a Somali-American from Seattle as one of the suicide bombers who conducted a complex assault against the African Union peacekeeper base in Mogadishu last week. The suicide bombers easily entered the AMISOM military compound while driving two white vehicles with United Nations markings. "We thought they were real UN cars carrying white people," a witness told Reuters. The drivers of the car "spoke English and identified themselves as being from the United Nations," Somalia's information minister said. Shabaab cannot rely on its usual, illiterate cannon fodder to target well protected objectives in Somalia, so it has decided to deploy Somali-Americans as qualified suicide bombers. Western volunteers are fluent in spoken English and able to pretend they are authentic United Nations officers. The attack was successful. The deputy military commander for the African Union Mission in Somalia (AMISOM) was among the 21 people killed. The bomber – in his 20s – had lived in the United States until as recently as 2007. He’s the seventh American thought to have been killed while fighting with Shabaab in Somalia. Read more: http://www.longwarjournal.org/threat-matrix/archives/2009/09/shabaab_claims_american_was_on.php#ixzz0S9aifbQy September 12, 2009 3:14 PM The sixth American is thought to have been killed while fighting with Shabaab in Somalia. From Minnesota Public Radio: Troy Kastigar's family received reports of his death within the past week, according to friends of the family. The circumstances of his reported death aren't clear, and the information could not be confirmed by the FBI. Kastigar's involvement in Somalia is a puzzle in itself. He told his mother that he was going to Kenya when he left the Twin Cities last November. Somali community members believe Kastigar was part of the last wave of Minnesota men who joined the violent militia al-Shabaab in Somalia. While some of the 20 or so men say they left to defend their homeland in a bloody civil war, Katigar's motivations are less clear. Read more: http://www.longwarjournal.org/threat-matrix/archives/2009/09/sixth_american_dies_while_figh.php#ixzz0S9aT3MEL
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scritto da albertolupi alle ore 23:08
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1/9/(1939)
Vi sono alcune concezioni errate riguardo alla Campagna di settembre polacca: 1) L'esercito tedesco utilizzò sconvolgenti nuovi metodi di condurre la guerra, facendo largo uso della nuova tecnologia: il mito della blitzkrieg era stato snobbato da alcuni autori, come Matthew Cooper, che scrive: «Durante la Campagna di settembre, l'impiego delle unità meccanizzate rivelò l'idea che esse dovevano solo essere di aiuto e di supporto alle attività della fanteria…. Pertanto, ogni sfruttamento strategico era escluso. La paralisi del comando e la caduta del morale non furono gli unici scopi dei tedeschi, ma furono solo il risultato accidentale delle manovre di rapido accerchiamento della Luftwaffe, che avevano come obiettivo la distruzione fisica del nemico. Questa fu la Vernichtungsgedanke della campagna polacca». La Vernichtungsgedanke (letteralmente "concetto di annichilimento" ed è generalmente utilizzato per rendere l'idea del concetto di annichilazione rapida delle forze nemiche originario della dottrina tattica dello stato prussiano risalente a Federico il Grande. Il termine pone l'enfasi sul movimento rapido e fulmineo atto a sbilanciare il nemico e a spiazzarlo, permettendo in tal modo all'attaccante di imporre la sua volontà a colui che doveva difendersi)era la strategia teorizzata da Karl von Clausewitz e fu applicata alla campagna di Polonia proprio come fu applicata alla guerra franco-prussiana del 1870 o nell’assalto alla Francia nel 1914. Molti storici del dopoguerra attribuiscono erroneamente la vittoria tedesca all'«enorme sviluppo nella tecnica militare che avvenne tra il 1918 e il 1940, sostenendo che la Germania tradusse in pratica la teoria e chiamò il risultato Blitzkrieg». Le divisioni dei panzer non ebbero ruolo strategico, ma furono sempre subordinate alle azioni di massa della fanteria. Zaloga e Madej in “La Campagna di Polonia 1939”, trattano anche l'argomento delle interpretazioni mitiche della Blitzkrieg e delle altre armi utilizzate nella campagna: «Mentre i rapporti occidentali della Campagna hanno posto l'accento sulle azioni scioccanti dei panzer, hanno in realtà sottostimato il pesante impatto dell'artiglieria tedesca sulle unità polacche; numerosa e ad alta mobilità l'artiglieria sconfisse tante unità quante quelle sconfitte dagli altri reparti della Wehrmacht» tra l’altro anche gli Stuka erano usati come artiglieria. 2) Le milizie polacche erano così arretrate che combattevano i carri armati con la cavalleria: anche se la Polonia possedeva 11 brigate di cavalleria e la sua dottrina militare enfatizzava le unità di cavalleria come elite dell'esercito, anche altre armate dell'epoca (incluse quelle sovietiche e tedesche) combattevano a cavallo. La cavalleria polacca (equipaggiata con tutte le armi leggere moderne come le Bofors 37 mm) non caricò mai i carri armati tedeschi, ma agì da fanteria mobile come unità da ricognizione, tra l’altro a volte con buoni risultati, perché l'esercito polacco non era arretrato, solo che utilizzava una dottrina troppo offensiva. 3) La flotta aerea polacca fu distrutta nei primi giorni della guerra: le forze aeree polacche, anche se numericamente inferiori, non furono distrutte sul campo, in quanto poco prima dell’attacco gran parte degli aerei furono decentrati. La forza aerea polacca rimase attiva per le prime due settimane della campagna, causando seri danni alla Luftwaffe. Inoltre, molti abili piloti polacchi riuscirono a scappare verso il Regno Unito e si unirono alla RAF combattendo durante la battaglia d'Inghilterra. 4) La Polonia offrì poca resistenza e si arrese quasi subito: la Germania dovette sostenere perdite non trascurabili, specialmente di veicoli e di aeroplani: la vittoria costò ai tedeschi l'equipaggiamento di un'intera divisione corazzata. La Luftwaffe perse 285 aerei e ne ebbe 279 danneggiati (il 25% delle proprie forze), contro perdite Polacche di 333 velivoli. Bisogna infine notare che la campagna di Polonia durò solo una settimana in meno della battaglia di Francia del 1940, anche se le forze alleate anglo-francesi erano maggiormente confrontabili con quelle della Germania sia in forza che in numero. La Polonia inoltre non si arrese mai ai tedeschi. Anzi la resistenza di forze polacche terminò nel 1948 dopo una lotta anche contro le forze sovietiche. Inoltre la fine della resistenza placca fu determinata dalla invasione Sovietica, che impedì il “piano B” d’una resistenza nella parte meridionale, vicino al confine rumeno.
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scritto da albertolupi alle ore 16:42
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non so se è il cerchio
L’ora di religione cattolica, intesa come materia scolastica esiste perché esiste il concordato. La legislazione postunitaria ne aveva previsto per le sole scuole elementari, affidate ai comuni l’insegnamento (facoltativo). Nel 1923 il primo governo fascista, con la riforma della scuola, lo rese obbligatorio. Con il concordato del 1929 si introdusse l’ora di religione anche nelle scuole medie e superiori, quale «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica». Nelle modifiche concordatarie del 1984 la formula venne trasformata così: «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principî del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado». L’insegnamento della religione cattolica (in breve IRC) venne così esteso anche alle scuole materne.Un protocollo addizionale del concordato sancisce: «l’IRC… è impartito in conformità della dottrina della Chiesa». È chiaro, quindi, che l’ora di religione serve esclusivamente alla Chiesa per insegnare la propria religione, cosa che potrebbe e dovrebbe fare nelle proprie parrocchie. L’insegnamento di altre religioni o di altre concezioni del mondo non è quindi previsto. Come prescrive il Codice di diritto canonico: «L’Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica». Lo Stato è talmente escluso da questo insegnamento che lo stesso ex ministro per l’Istruzione Berlinguer, in una intervista a Famiglia Cristiana, ha sostenuto di non sapere bene cosa effettivamente si insegni durante le lezioni. È possibile non frequentarla, la formulazione concordataria è «non avvalersi»: come se fosse un’occasione da non perdere! La situazione insegnamento religioso è di un coinvolgimento della scuola statale in tutta Europa – ma come e quanto sia importante il professore nella formazione del giudizio, quanti frequentino e soprattutto che si fa è un mistero (se volete tentate qua). Di certo è solo che in Italia attualmente non sarebbe possibile applicare una soluzione completamente statalista, come per esempio accade in Germania e nel Regno Unito, ove si prevede l'inserimento di normali insegnanti 'statali' laureati in teologia: le facoltà teologiche statali italiane furono soppresse nel 1873 e da allora mai più ripristinate. Il 14 maggio 1999 l’art. 3 dell’ordinanza ministeriale n. 128 ha sostenuto confusamente che lo studio dell’IRC o dell’ora alternativa possono concorrere a formare il cosiddetto “credito scolastico”, e quindi il punteggio di ammissione all’Esame di Stato che conclude il ciclo di istruzione superiore. Contro questa ordinanza, che si pone in contrasto anche con alcune sentenze della Corte Costituzionale, si sono levate le proteste laiche ed è nato un ricorso al TAR dei valdesi e delle chiese evangeliche. In prima istanza il ricorso è stato rigettato con motivazioni astruse, la più assurda delle quali è che i ricorrenti «non hanno notificato le controparti», ovvero… tutti gli studenti che si avvalgono dell’IRC! Nel frattempo i ministri succedutisi (Berlinguer, Di Mauro, Moratti, Fioroni) hanno tutti reiterato di anno in anno l’ordinanza ministeriale, confermandone sostanzialmente i contenuti. Si è prospettato il timore che l’Ufficio Catechistico Nazionale, alle dirette dipendenze dei vescovi, iniziò una vera e propria “schedatura” per conoscere le motivazioni della mancata frequenza degli alunni. Contro questa iniziativa il Senatore Stelio De Carolis (DS) presentò un’interrogazione. Con la circolare 174 del 14 dicembre 2001 il ministro Letizia Brichetto in Moratti forzò ulteriormente la situazione, stabilendo che la scelta dell’insegnamento della religione cattolica non deve più essere rinnovata annualmente a ogni iscrizione: l’opzione per il primo anno vale anche per tutto il percorso scolastico successivo «ferma restando la possibilità di cambiare». Nel 2005, con il decreto di riforma delle scuole superiori l’IRC fu inserito nel monte ore obbligatorio annuale. Un provvedimento analogo era stato già preso l’anno precedente con un decreto relativo alle scuole elementari e medie. Con questi provvedimenti, per aspirare alla promozione diventava indispensabile frequentare il 75% delle ore previste dal piano di studio, introducendo di fatto l'obbligo, per chi non vuole seguire l’IRC, di frequentare una materia alternativa. Contro tali provvedimenti varie organizzazioni hanno presentato ricorso al TAR. Nel febbraio 2006, in seguito a un ricorso dei COBAS, il TAR del Lazio sospese l’introduzione del documento di valutazione degli alunni, previsto dalla riforma Moratti, con cui il giudizio sull’IRC veniva inserito in un unico documento unitamente agli altri curricula, nonostante la religione fosse e sia una materia facoltativa. Nel maggio 2007, infine, il TAR del Lazio ha accolto un ricorso di diverse associazioni laiche, tra cui l’UAAR, contro un’ordinanza ministeriale concernente l’attribuzione di credito scolastico in sede di esami di maturità agli studenti avvalentisi dell’IRC. Il ministro Fioroni si è tuttavia rivolto al Consiglio di Stato, che ha stoppato la decisione del TAR. Nell'agosto 2009 un nuovo ricorso è stato nuovamente accolto dal TAR del Lazio: la Conferenza Episcopale Italiana ha tuttavia chiesto al governo di impugnare anche questa volta la sentenza. Non esiste un’informazione ministeriale sulla partecipazione i dati del ministero, risalenti al 2005, parlano di una media nazionale del 93%, che per le superiori scende all’87%: le regioni centro-settentrionali sono sicuramente le più laiche (primeggia la Toscana), mentre nel sud le percentuali di partecipazione sono bulgare, nelle metropoli come Milano (dati 2004), invece, il dato delle scuole superiori crolla al 49% (addirittura una minoranza) e 183 classi sono completamente prive di IRC, in quanto nessuno studente se ne è avvalso. Il fatto che, ovunque, la partecipazione crolli alle superiori (quando lo studente decide da solo se frequentare o meno) dimostra quanto conti, nell’effettuare la scelta, il condizionamento familiare. Per gli studenti che non intendano frequentare l'ora di religione esiste la possibilità di non avvalersene: questi possono/debbono scegliere una delle tre possibilità che ogni scuola dovrebbe offrire, ovvero la frequentazione di corsi alternativi (lo fa il 9,9% degli interessati), lo studio personale assistito (scelto dal 16,8%) o non assistito (24,7%), oppure l'uscita dall'istituto scolastico. Quest'ultima alternativa è adottata dal 48,6% degli studenti interessati. Queste percentuali, relative al 2006/07, sono pressoché stabili da almeno dieci anni. Negli ultimi anni il numero degli studenti "avvalentisi", come vengono tecnicamente chiamati, è in leggero e costante calo, a causa della laicizzazione della società e alla crescente presenza di studenti stranieri soprattutto musulmani. Gli insegnanti di religione vengono scelti dalla curia, a suo insindacabile giudizio. Quindi lo Stato paga lo stipendio a persone su cui non ha il minimo controllo, e che utilizzano lo spazio concesso per un insegnamento di parte, spesso in contrasto con i principi di laicità dello Stato stesso. Costoro devono ogni dodici mesi chiedere il nulla osta all’autorità diocesana, dalla quale possono essere revocati anche per ragioni che non hanno nulla a che fare con le capacità dell’insegnante, ad esempio per «…condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa», è noto il caso d’una professoressa, in gravidanza «non canonica» licenziata dalla curia, che ha fatto ricorso contro tale provvedimento ottenendo anche un pronunciamento favorevole del Comitato Pari Opportunità del Ministero del Lavoro, per finire infine sconfitta da una sentenza della Corte di Cassazione del febbraio 2003, che ha rigidamente applicato la normativa vigente. Nel 2001, i circa 25.000 insegnanti di religione sono costati alle casse dello Stato oltre 620 milioni di Euro (1.200 miliardi delle vecchie lire). La normativa è così ottusa che, quando alcuni presidi hanno tentato l’accorpamento di diverse classi con pochi studenti avvalentisi dell’IRC, l’iniziativa è stata subito bloccata in quanto la normativa prevede l’insegnante anche quando un solo studente se ne avvale. Iniziative legislative per ridurre questo spreco si scontrano con le proteste ecclesiastiche per la conseguente riduzione occupazionale. Con la legge 186 del 18 luglio 2003 gli insegnanti di religione sono entrati in ruolo. Siamo arrivati all’assurdo di avere insegnanti nominati dalla curia che, qualora non avessero più il gradimento delle gerarchie cattoliche, verrebbero assunti direttamente dallo Stato. Durante la votazione finale, al «Sì» dei partiti di maggioranza si unirono anche quelli di Udeur e Margherita. Nello schieramento di quelli che si sono opposti c'erano invece Ds, Sdi, Prc, Pdci e il repubblicano Giorgio La Malfa. Gli insegnanti assunti sono stati oltre 20.000. Nel settembre 2006 l’UAAR ha avviato il suo “Progetto ora alternativa”. L’UAAR ha inoltre pubblicato sulla sua rivista L'Ateo numerosi articoli di critica. Dal punto di vista pratico, la nostra associazione offre la consulenza gratuita dello sportello informatico SOS Laicità. La sentenza del TAR del Lazio, che esclude l'insegnamento della religione cattolica dalla valutazione sul profilo scolastico degli studenti, è una sentenza degna di un Paese civile in quanto la loro materia – checché si pensi dell’opportunità o meno non è obbiettivamente misurabile. Ora è vero ch si può sostenere che si tratta di un giudizio generale, ma forse nel caso il vigile di quartiere sarebbe più competente. "Nessuno tocchi la religione cattolica nella scuola italiana": è il grido disperato della Chiesa e dei vescovi cattolici alla sentenza della sezione del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio che esclude i professori di religione dagli scrutini. "L'ora di religione è parte integrante della cultura italiana": si aggiunge. Ed ecco che a sostegno scende in campo una forza bipartisan di politici, scomodatisi dalle proprie vacanze, per condannare i biechi illuministi ch’hanno osato attaccare pure Lei, la Chiesa. D'altro canto i vescovi hanno subito porto l'altra guancia: infatti fare ricorso a questa "diabolica" sentenza non toccherà alla Chiesa. Mi preme, però, fare qualche piccola osservazione. In primo luogo, come ricordato sopra i professori di religione sono, sì, pagati dallo Stato, ma scelti dalla Curia, senza superare alcun pubblico concorso: per lavorare nello Stato Italiano bisognerebbe superare, se non in rari casi, un pubblico concorso, secondo la disattesa costituzione repubblicana. In secondo luogo, lo Stato Italiano è, secondo la nostra Costituzione, uno Stato Laico: a differenza di altri io no penso che sarebbe più equo e corretto istituire non corsi di “religione cattolica”, oppure un corso sulle “Religioni”. L’unica cosa seria sarebbe inserire ANCHE le religioni nei corsi di storia. Non è detto, tra l’altro che tutto il male starebbe dalla parte della chiesa cattolica. Infine, quella del TAR del Lazio è una sentenza dello Stato Italiano, il Vaticano è uno Stato a sé che tra l'altro dal 1° Gennaio del 2009 ha deciso di non recepire più in modo automatico le leggi italiane, in quanto "troppe, mutevoli e spesso contraddittorie tra loro". Odio dare ragione ai preti, ma questa volta hanno colto nel segno. Comunque i cattolici d’ogni schieramento possono stare tranquilli: il nostro governo è già intervenuto: il ministro Gelmini ha già annunciato ricorso, raccogliendo l'invito dall'alto... "Giustizia" sarà fatta: speriamo. Vogliamo farlo notare alla Ministra Gelmini che pur stimiamo quando si tratta di ridurre gli sprechi, che sarebbe bene ridurli anche e proprio in quel settore/materia scolastica: se uno vuole conoscere l’aspetto fede della Religione cattolica vada pure a catechismo, ci sono andato anch’io da bambino e da ragazzo, ma la scuola rimanga luogo di cultura libera (libero dal culto – ricordo la messa d’inizio anno scolastico: non eliminava il bullismo), per favore. Gli insegnanti di Religione li paghino pure i preti nelle loro parrocchie. Dateci pure (a me e a chi ha idee simili) degli anticlericali borghesi, d'antan, vieti, vietati e così via. Ne andiamo fieri proprio in quanto non solo amiamo il concetto del Sacro, ma finanche la libera Spiritualità, personalmente rifuggo da un ateismo proprio d’atei sono come i clericali: sbandierano Dio e la Religione a loro esclusivo uso e consumo. Ed invece, sommessamente ma con una certa forza, vogliamo sostenere la laica e liberale abolizione dell'ora di Religione, sostituendola con la ben più utile ora di matematica. GALILEO affermava che: “questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, né quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica”. Peccato che Tomaso d’Aquino fosse morto: avrebbe sottoscritto, e magari anche il FILOSOFO a tutte maiuscole approverebbe (alle superiori) un corso di “Storia delle Religioni dalle Antiche Civiltà ai nostri giorni” un vero excursus approfondito nel solco del Sacro. E allora, fra corsi e ricorsi di ministri e politici impazziti alla ricerca della benedizione taleban-vaticana, fra laici e laicisti, sanamente laici e laici malati......ricordiamoci ora e sempre della massima che Toqueville ispirò al conte di Cavour: "Libera Chiesa in Libero Stato". Monsignor Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l'educazione cattolica ha commentato la sentenza dichiarando che: "La laicità è danneggiata da questa sentenza perché per laicità si intende la giusta neutralità di una comunità civile che però dovrebbe essere preoccupata di valorizzare tutte le identità, ciascuna secondo il proprio peso e rilevanza culturale, presenti su un dato territorio. Se per laicità si intende l'esclusione dall'orizzonte culturale formativo civile di ogni identità si cade nel più bieco e negativo risvolto dell'illuminismo che prevede che la pace sociale sia garantita dalla cancellazione delle diversità e delle identità, mentre io credo che uno Stato sanamente laico deve preoccuparsi di far emergere e rispettare e di mettere in rete caso mai e di far crescere tutte le identità, soprattutto quelle di altro profilo culturale (islam?)". Lo Stato laico deve fare in modo che le religioni restino nelle chiese e nei luoghi di culto e che i cittadini possano esprimere le loro idee senza essere discriminati per questo. La Chiesa Cattolica ha da sempre privilegi di cui le altre confessioni non godono, ha un potere decisionale enorme, interferisce nelle questioni interne ad uno Stato sovrano ed è contraria ai principi laici perché danno troppa libertà. Ai teocrati, le libertà fanno paura. L'Iran dovrebbe essere un esempio da tener ben presente. Tra poco lo sdoganamento della Santa Inquisizione e del rogo degli eretici dovrebbe essere proposta.
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scritto da albertolupi alle ore 12:27
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non so se è il cerchio
L’ora di religione cattolica, intesa come materia scolastica esiste perché esiste il concordato. La legislazione postunitaria ne aveva previsto per le sole scuole elementari, affidate ai comuni l’insegnamento (facoltativo). Nel 1923 il primo governo fascista, con la riforma della scuola, lo rese obbligatorio. Con il concordato del 1929 si introdusse l’ora di religione anche nelle scuole medie e superiori, quale «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica». Nelle modifiche concordatarie del 1984 la formula venne trasformata così: «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principî del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado». L’insegnamento della religione cattolica (in breve IRC) venne così esteso anche alle scuole materne.Un protocollo addizionale del concordato sancisce: «l’IRC… è impartito in conformità della dottrina della Chiesa». È chiaro, quindi, che l’ora di religione serve esclusivamente alla Chiesa per insegnare la propria religione, cosa che potrebbe e dovrebbe fare nelle proprie parrocchie. L’insegnamento di altre religioni o di altre concezioni del mondo non è quindi previsto. Come prescrive il Codice di diritto canonico: «L’Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica». Lo Stato è talmente escluso da questo insegnamento che lo stesso ex ministro per l’Istruzione Berlinguer, in una intervista a Famiglia Cristiana, ha sostenuto di non sapere bene cosa effettivamente si insegni durante le lezioni. È possibile non frequentarla, la formulazione concordataria è «non avvalersi»: come se fosse un’occasione da non perdere! La situazione insegnamento religioso è di un coinvolgimento della scuola statale in tutta Europa – ma come e quanto sia importante il professore nella formazione del giudizio, quanti frequentino e soprattutto che si fa è un mistero (se volete tentate qua). Di certo è solo che in Italia attualmente non sarebbe possibile applicare una soluzione completamente statalista, come per esempio accade in Germania e nel Regno Unito, ove si prevede l'inserimento di normali insegnanti 'statali' laureati in teologia: le facoltà teologiche statali italiane furono soppresse nel 1873 e da allora mai più ripristinate. Il 14 maggio 1999 l’art. 3 dell’ordinanza ministeriale n. 128 ha sostenuto confusamente che lo studio dell’IRC o dell’ora alternativa possono concorrere a formare il cosiddetto “credito scolastico”, e quindi il punteggio di ammissione all’Esame di Stato che conclude il ciclo di istruzione superiore. Contro questa ordinanza, che si pone in contrasto anche con alcune sentenze della Corte Costituzionale, si sono levate le proteste laiche ed è nato un ricorso al TAR dei valdesi e delle chiese evangeliche. In prima istanza il ricorso è stato rigettato con motivazioni astruse, la più assurda delle quali è che i ricorrenti «non hanno notificato le controparti», ovvero… tutti gli studenti che si avvalgono dell’IRC! Nel frattempo i ministri succedutisi (Berlinguer, Di Mauro, Moratti, Fioroni) hanno tutti reiterato di anno in anno l’ordinanza ministeriale, confermandone sostanzialmente i contenuti. Si è prospettato il timore che l’Ufficio Catechistico Nazionale, alle dirette dipendenze dei vescovi, iniziò una vera e propria “schedatura” per conoscere le motivazioni della mancata frequenza degli alunni. Contro questa iniziativa il Senatore Stelio De Carolis (DS) presentò un’interrogazione. Con la circolare 174 del 14 dicembre 2001 il ministro Letizia Brichetto in Moratti forzò ulteriormente la situazione, stabilendo che la scelta dell’insegnamento della religione cattolica non deve più essere rinnovata annualmente a ogni iscrizione: l’opzione per il primo anno vale anche per tutto il percorso scolastico successivo «ferma restando la possibilità di cambiare». Nel 2005, con il decreto di riforma delle scuole superiori l’IRC fu inserito nel monte ore obbligatorio annuale. Un provvedimento analogo era stato già preso l’anno precedente con un decreto relativo alle scuole elementari e medie. Con questi provvedimenti, per aspirare alla promozione diventava indispensabile frequentare il 75% delle ore previste dal piano di studio, introducendo di fatto l'obbligo, per chi non vuole seguire l’IRC, di frequentare una materia alternativa. Contro tali provvedimenti varie organizzazioni hanno presentato ricorso al TAR. Nel febbraio 2006, in seguito a un ricorso dei COBAS, il TAR del Lazio sospese l’introduzione del documento di valutazione degli alunni, previsto dalla riforma Moratti, con cui il giudizio sull’IRC veniva inserito in un unico documento unitamente agli altri curricula, nonostante la religione fosse e sia una materia facoltativa. Nel maggio 2007, infine, il TAR del Lazio ha accolto un ricorso di diverse associazioni laiche, tra cui l’UAAR, contro un’ordinanza ministeriale concernente l’attribuzione di credito scolastico in sede di esami di maturità agli studenti avvalentisi dell’IRC. Il ministro Fioroni si è tuttavia rivolto al Consiglio di Stato, che ha stoppato la decisione del TAR. Nell'agosto 2009 un nuovo ricorso è stato nuovamente accolto dal TAR del Lazio: la Conferenza Episcopale Italiana ha tuttavia chiesto al governo di impugnare anche questa volta la sentenza. Non esiste un’informazione ministeriale sulla partecipazione i dati del ministero, risalenti al 2005, parlano di una media nazionale del 93%, che per le superiori scende all’87%: le regioni centro-settentrionali sono sicuramente le più laiche (primeggia la Toscana), mentre nel sud le percentuali di partecipazione sono bulgare, nelle metropoli come Milano (dati 2004), invece, il dato delle scuole superiori crolla al 49% (addirittura una minoranza) e 183 classi sono completamente prive di IRC, in quanto nessuno studente se ne è avvalso. Il fatto che, ovunque, la partecipazione crolli alle superiori (quando lo studente decide da solo se frequentare o meno) dimostra quanto conti, nell’effettuare la scelta, il condizionamento familiare. Per gli studenti che non intendano frequentare l'ora di religione esiste la possibilità di non avvalersene: questi possono/debbono scegliere una delle tre possibilità che ogni scuola dovrebbe offrire, ovvero la frequentazione di corsi alternativi (lo fa il 9,9% degli interessati), lo studio personale assistito (scelto dal 16,8%) o non assistito (24,7%), oppure l'uscita dall'istituto scolastico. Quest'ultima alternativa è adottata dal 48,6% degli studenti interessati. Queste percentuali, relative al 2006/07, sono pressoché stabili da almeno dieci anni. Negli ultimi anni il numero degli studenti "avvalentisi", come vengono tecnicamente chiamati, è in leggero e costante calo, a causa della laicizzazione della società e alla crescente presenza di studenti stranieri soprattutto musulmani. Gli insegnanti di religione vengono scelti dalla curia, a suo insindacabile giudizio. Quindi lo Stato paga lo stipendio a persone su cui non ha il minimo controllo, e che utilizzano lo spazio concesso per un insegnamento di parte, spesso in contrasto con i principi di laicità dello Stato stesso. Costoro devono ogni dodici mesi chiedere il nulla osta all’autorità diocesana, dalla quale possono essere revocati anche per ragioni che non hanno nulla a che fare con le capacità dell’insegnante, ad esempio per «…condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa», è noto il caso d’una professoressa, in gravidanza «non canonica» licenziata dalla curia, che ha fatto ricorso contro tale provvedimento ottenendo anche un pronunciamento favorevole del Comitato Pari Opportunità del Ministero del Lavoro, per finire infine sconfitta da una sentenza della Corte di Cassazione del febbraio 2003, che ha rigidamente applicato la normativa vigente. Nel 2001, i circa 25.000 insegnanti di religione sono costati alle casse dello Stato oltre 620 milioni di Euro (1.200 miliardi delle vecchie lire). La normativa è così ottusa che, quando alcuni presidi hanno tentato l’accorpamento di diverse classi con pochi studenti avvalentisi dell’IRC, l’iniziativa è stata subito bloccata in quanto la normativa prevede l’insegnante anche quando un solo studente se ne avvale. Iniziative legislative per ridurre questo spreco si scontrano con le proteste ecclesiastiche per la conseguente riduzione occupazionale. Con la legge 186 del 18 luglio 2003 gli insegnanti di religione sono entrati in ruolo. Siamo arrivati all’assurdo di avere insegnanti nominati dalla curia che, qualora non avessero più il gradimento delle gerarchie cattoliche, verrebbero assunti direttamente dallo Stato. Durante la votazione finale, al «Sì» dei partiti di maggioranza si unirono anche quelli di Udeur e Margherita. Nello schieramento di quelli che si sono opposti c'erano invece Ds, Sdi, Prc, Pdci e il repubblicano Giorgio La Malfa. Gli insegnanti assunti sono stati oltre 20.000. Nel settembre 2006 l’UAAR ha avviato il suo “Progetto ora alternativa”. L’UAAR ha inoltre pubblicato sulla sua rivista L'Ateo numerosi articoli di critica. Dal punto di vista pratico, la nostra associazione offre la consulenza gratuita dello sportello informatico SOS Laicità. La sentenza del TAR del Lazio, che esclude l'insegnamento della religione cattolica dalla valutazione sul profilo scolastico degli studenti, è una sentenza degna di un Paese civile in quanto la loro materia – checché si pensi dell’opportunità o meno non è obbiettivamente misurabile. Ora è vero ch si può sostenere che si tratta di un giudizio generale, ma forse nel caso il vigile di quartiere sarebbe più competente. "Nessuno tocchi la religione cattolica nella scuola italiana": è il grido disperato della Chiesa e dei vescovi cattolici alla sentenza della sezione del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio che esclude i professori di religione dagli scrutini. "L'ora di religione è parte integrante della cultura italiana": si aggiunge. Ed ecco che a sostegno scende in campo una forza bipartisan di politici, scomodatisi dalle proprie vacanze, per condannare i biechi illuministi ch’hanno osato attaccare pure Lei, la Chiesa. D'altro canto i vescovi hanno subito porto l'altra guancia: infatti fare ricorso a questa "diabolica" sentenza non toccherà alla Chiesa. Mi preme, però, fare qualche piccola osservazione. In primo luogo, come ricordato sopra i professori di religione sono, sì, pagati dallo Stato, ma scelti dalla Curia, senza superare alcun pubblico concorso: per lavorare nello Stato Italiano bisognerebbe superare, se non in rari casi, un pubblico concorso, secondo la disattesa costituzione repubblicana. In secondo luogo, lo Stato Italiano è, secondo la nostra Costituzione, uno Stato Laico: a differenza di altri io no penso che sarebbe più equo e corretto istituire non corsi di “religione cattolica”, oppure un corso sulle “Religioni”. L’unica cosa seria sarebbe inserire ANCHE le religioni nei corsi di storia. Non è detto, tra l’altro che tutto il male starebbe dalla parte della chiesa cattolica. Infine, quella del TAR del Lazio è una sentenza dello Stato Italiano, il Vaticano è uno Stato a sé che tra l'altro dal 1° Gennaio del 2009 ha deciso di non recepire più in modo automatico le leggi italiane, in quanto "troppe, mutevoli e spesso contraddittorie tra loro". Odio dare ragione ai preti, ma questa volta hanno colto nel segno. Comunque i cattolici d’ogni schieramento possono stare tranquilli: il nostro governo è già intervenuto: il ministro Gelmini ha già annunciato ricorso, raccogliendo l'invito dall'alto... "Giustizia" sarà fatta: speriamo. Vogliamo farlo notare alla Ministra Gelmini che pur stimiamo quando si tratta di ridurre gli sprechi, che sarebbe bene ridurli anche e proprio in quel settore/materia scolastica: se uno vuole conoscere l’aspetto fede della Religione cattolica vada pure a catechismo, ci sono andato anch’io da bambino e da ragazzo, ma la scuola rimanga luogo di cultura libera (libero dal culto – ricordo la messa d’inizio anno scolastico: non eliminava il bullismo), per favore. Gli insegnanti di Religione li paghino pure i preti nelle loro parrocchie. Dateci pure (a me e a chi ha idee simili) degli anticlericali borghesi, d'antan, vieti, vietati e così via. Ne andiamo fieri proprio in quanto non solo amiamo il concetto del Sacro, ma finanche la libera Spiritualità, personalmente rifuggo da un ateismo proprio d’atei sono come i clericali: sbandierano Dio e la Religione a loro esclusivo uso e consumo. Ed invece, sommessamente ma con una certa forza, vogliamo sostenere la laica e liberale abolizione dell'ora di Religione, sostituendola con la ben più utile ora di matematica. GALILEO affermava che: “questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, né quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica”. Peccato che Tomaso d’Aquino fosse morto: avrebbe sottoscritto, e magari anche il FILOSOFO a tutte maiuscole approverebbe (alle superiori) un corso di “Storia delle Religioni dalle Antiche Civiltà ai nostri giorni” un vero excursus approfondito nel solco del Sacro. E allora, fra corsi e ricorsi di ministri e politici impazziti alla ricerca della benedizione taleban-vaticana, fra laici e laicisti, sanamente laici e laici malati......ricordiamoci ora e sempre della massima che Toqueville ispirò al conte di Cavour: "Libera Chiesa in Libero Stato". Monsignor Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l'educazione cattolica ha commentato la sentenza dichiarando che: "La laicità è danneggiata da questa sentenza perché per laicità si intende la giusta neutralità di una comunità civile che però dovrebbe essere preoccupata di valorizzare tutte le identità, ciascuna secondo il proprio peso e rilevanza culturale, presenti su un dato territorio. Se per laicità si intende l'esclusione dall'orizzonte culturale formativo civile di ogni identità si cade nel più bieco e negativo risvolto dell'illuminismo che prevede che la pace sociale sia garantita dalla cancellazione delle diversità e delle identità, mentre io credo che uno Stato sanamente laico deve preoccuparsi di far emergere e rispettare e di mettere in rete caso mai e di far crescere tutte le identità, soprattutto quelle di altro profilo culturale (islam?)". Lo Stato laico deve fare in modo che le religioni restino nelle chiese e nei luoghi di culto e che i cittadini possano esprimere le loro idee senza essere discriminati per questo. La Chiesa Cattolica ha da sempre privilegi di cui le altre confessioni non godono, ha un potere decisionale enorme, interferisce nelle questioni interne ad uno Stato sovrano ed è contraria ai principi laici perché danno troppa libertà. Ai teocrati, le libertà fanno paura. L'Iran dovrebbe essere un esempio da tener ben presente. Tra poco lo sdoganamento della Santa Inquisizione e del rogo degli eretici dovrebbe essere proposta.
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scritto da albertolupi alle ore 12:19
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la botte
"Meglio dieci tombe che una nascita in più", predica uno slogan della campagna per il figlio unico, in Cina. E questo è anche il titolo originale del libro con cui Harry Wu ha descritto e analizzato la politica antinatalista cinese, fatta di sterilizzazioni, di aborti forzati, di infanticidi. Scrive questo Francesco Agnoli in un articolo linkato sotto. Chi abbia una modesta conoscenza della storia sa che quello che succede oggi in questi due paesi è sempre accaduto, in passato, anche nella vecchia Europa o nel nuovo Mondo. SOLO CHE mentre l’autore scrive che questo accadeva sino all'avvento del cristianesimo, il laico sa che questo accadeva anche dopo.
la differenza però sta nella ideologia e non nella pratica: una delle idee che più ricorrono negli scritti dei primi cristiani, è il ribadire sovente: noi cristiani siamo diversi dai pagani, anche perché non uccidiamo i nostri figli, né nel grembo delle nostre donne, né fuori. "Voi esponete i vostri figli appena nati alle fiere e agli uccelli, o strangolandoli li sopprimete con misera morte; vi sono quelle che ingurgitando dei medicamenti soffocano ancora nelle proprie viscere il germe destinato a divenir creatura umana e commettono un infanticidio prima di aver partorito. E questo apprendete dai vostri Dei, Saturno infatti non espose i propri figli, ma addirittura li divorò" (Minucio Felice, apologeta del II secolo); Tertulliano ribadisce: "A noi cristiani l'omicidio è espressamente vietato, e quindi non ci è permesso neppure di sopprimere il feto nell'utero materno. Impedire la nascita è un omicidio anticipato. Nulla importa che si sopprima una vita già nata o la si stronchi sul nascere: è già essere umano quello che sta per nascere. Ogni frutto è già nel suo seme". La Lettera a Diogneto, ribadisce gli stessi ideali in questo modo assai sintetico: "i cristiani si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati".
Nel mondo antico, l'aborto e l'infanticidio erano assai diffusi. "Seneca – ricorda il sociologo americano Rodney Stark, in 'Ascesa e affermazione del cristianesimo' – riteneva l'annegamento dei bambini alla nascita un evento ordinario e ragionevole. Tacito accusava i giudei ai quali 'è proibito sopprimere uno dei figli dopo il primogenito', ritenendola un'altra delle loro usanze 'sinistre e laide'. Era comune abbandonare un figlio indesiderato in un luogo in cui, in linea di principio, chi voleva crescerlo avrebbe potuto raccoglierlo, anche se solitamente veniva lasciato in balia delle intemperie e di animali e uccelli". I bambini, a Roma come in Grecia, venivano tranquillamente uccisi, oppure venduti, oppure esposti e lasciati morire di fame e di freddo (Edipo docet), quando non vi è qualcuno a salvarli, solitamente per farne schiavi. Sappiamo di ritrovamenti, nelle fognature romane, di ammassi di ossa appartenute a neonati, abbandonati e poi gettati via come residui e immondizie. Dopo il trionfo del cristianesimo e dell’altra religione monoteista i bambini, come in Grecia ed a Roma, sono stati uccisi, oppure venduti, oppure esposti e lasciati morire di fame, ma con sensi di colpa. L’articolo originale lo trovate qua: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1339690
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scritto da albertolupi alle ore 12:18
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la botte
"Meglio dieci tombe che una nascita in più", predica uno slogan della campagna per il figlio unico, in Cina. E questo è anche il titolo originale del libro con cui Harry Wu ha descritto e analizzato la politica antinatalista cinese, fatta di sterilizzazioni, di aborti forzati, di infanticidi. Scrive questo Francesco Agnoli in un articolo linkato sotto. Chi abbia una modesta conoscenza della storia sa che quello che succede oggi in questi due paesi è sempre accaduto, in passato, anche nella vecchia Europa o nel nuovo Mondo. SOLO CHE mentre l’autore scrive che questo accadeva sino all'avvento del cristianesimo, il laico sa che questo accadeva anche dopo.
la differenza però sta nella ideologia e non nella pratica: una delle idee che più ricorrono negli scritti dei primi cristiani, è il ribadire sovente: noi cristiani siamo diversi dai pagani, anche perché non uccidiamo i nostri figli, né nel grembo delle nostre donne, né fuori. "Voi esponete i vostri figli appena nati alle fiere e agli uccelli, o strangolandoli li sopprimete con misera morte; vi sono quelle che ingurgitando dei medicamenti soffocano ancora nelle proprie viscere il germe destinato a divenir creatura umana e commettono un infanticidio prima di aver partorito. E questo apprendete dai vostri Dei, Saturno infatti non espose i propri figli, ma addirittura li divorò" (Minucio Felice, apologeta del II secolo); Tertulliano ribadisce: "A noi cristiani l'omicidio è espressamente vietato, e quindi non ci è permesso neppure di sopprimere il feto nell'utero materno. Impedire la nascita è un omicidio anticipato. Nulla importa che si sopprima una vita già nata o la si stronchi sul nascere: è già essere umano quello che sta per nascere. Ogni frutto è già nel suo seme". La Lettera a Diogneto, ribadisce gli stessi ideali in questo modo assai sintetico: "i cristiani si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati".
Nel mondo antico, l'aborto e l'infanticidio erano assai diffusi. "Seneca – ricorda il sociologo americano Rodney Stark, in 'Ascesa e affermazione del cristianesimo' – riteneva l'annegamento dei bambini alla nascita un evento ordinario e ragionevole. Tacito accusava i giudei ai quali 'è proibito sopprimere uno dei figli dopo il primogenito', ritenendola un'altra delle loro usanze 'sinistre e laide'. Era comune abbandonare un figlio indesiderato in un luogo in cui, in linea di principio, chi voleva crescerlo avrebbe potuto raccoglierlo, anche se solitamente veniva lasciato in balia delle intemperie e di animali e uccelli". I bambini, a Roma come in Grecia, venivano tranquillamente uccisi, oppure venduti, oppure esposti e lasciati morire di fame e di freddo (Edipo docet), quando non vi è qualcuno a salvarli, solitamente per farne schiavi. Sappiamo di ritrovamenti, nelle fognature romane, di ammassi di ossa appartenute a neonati, abbandonati e poi gettati via come residui e immondizie. Dopo il trionfo del cristianesimo e dell’altra religione monoteista i bambini, come in Grecia ed a Roma, sono stati uccisi, oppure venduti, oppure esposti e lasciati morire di fame, ma con sensi di colpa. L’articolo originale lo trovate qua: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1339690
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scritto da albertolupi alle ore 10:44
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di-aletti e di-dietri
La testata “il Riformista” mentre spinge la candidatura di Bersani a segretario del PD (tra tutti è il mio preferito, debbo ammetterlo: tradisco il concittadino Dario) publica un interessante articolo di Peppino Caldarola, secondo cui la Lega si sta bertinottizzando. È vero che la somiglianza fra Lega e Rifondazione comincia a diventare impressionante, tra pugni chiusi, il gioco a sfasciare persino sulla politica estera, minacciando la missione in Afghanistan – a proposito del quale ha fatto un mezzo passo indietro mentre B. sapessimo dove va saremmo contenti. Ma se anche è vero che Berlusconi non ne può più: «Ogni giorno ce n'è una», pare si lamenti – la recente carica dei sudisti non permette certo al Partito del Nord d’abbassare la guardia.Quello che è interessante – guardando la prospettiva del giornale con occhio disincantato – è come esso riesca ad essere contemporaneamente contro il potere di B. e contro la forza che tale (stra)potere contrasta.Un logica che assomiglia al fare il ricchione col culo d’altri, od alla laicità difesa in nome/o con le parole della CEI. Logica inaugurata dal foglio, seguita da Repubblica, benedetta da Avvenire – e di cui a me non importa un fico secco. Dopo essere stato tradito dal Guardian, ex Manchester – non quello pubblicato in est Africa – alla stampa non dedico molto tempo, un pelo al New Yorker. A quel che segue in questa nota bisogna fare una premessa, e cioè che la Lega sarebbe capace di scatenare una reazione violenta anche dalla più pacifica assemblea di quaccheri. Ma quello che è interessante è occuparsi della proposta dell’esame di dialetto, recentemente proposto: «Una bufala», tuona il capogruppo della Lega alla Camera Roberto Cota. È «indispensabile» la «valorizzazione della cultura locale», questo è nel codice genetico del partito, ma «la notizia che la Lega avrebbe bloccato la proposta di legge chiedendo di far superare ai professori un test di dialetto è una colossale bufala», ha ripetuto per tutto il giorno Cota. E allora, mentre si apre un giallo che non seguiremo, è divampato il dibattito con critiche da nord a sud alle proposte leghiste, sono intervenuti anche poeti, associazioni di mamme, un Nobel come Dario Fo. In esso lo scrittore Andrea Camilleri, da sempre fautore dell'importanza del dialetto e utilizzatore di esso per i suoi libri, entra nella polemica scatenata dalla norma SUPPOSTA che vorrebbe un esame di dialetto regionale per l'assunzione dei maestri di scuola. Lo scrittore siciliano ribadisce la sua difesa dei dialetti definendoli "una ricchezza per la nostra lingua, quella marcia in più per l'Italia" e tira in ballo gradi autori come Porta, Belli, Pirandello, Martoglio, che "rappresentano l'enorme tradizione culturale dialettale che da sempre costituisce una linfa nazionale". In questo senso "i dialetti non sono una sostituzione della lingua ma un arricchimento della stessa ed essi - ammonisce Camilleri - non possono certamente essere usati come elementi di secessione". Peccato che si dimentichi come sino agli anni ’20 il dialetto venisse insegnato alle elementari, od almeno utilizzato. Io ho una piccola brochure, una ristampa anastatica di qel che s’usava a Ferrara.Quello che stupiscono non sono le alzate di scudo di Fini – in fondo ai miei occhi continuatore della politica fascista da un lato e giacobina dall’altro della creazione artificiale d’una patria – ma quelle di coloro che fanno scrivere (anche) in arabo i cartelli all’ospedale, altri atei devoti, o laici clericali a scelta.
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scritto da albertolupi alle ore 13:12
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laici di squola
L’organo semiufficiale del laicismo elogia le ingerenze nella vita del premier, La Repubblica (sedicente organo semiufficiale del laicismo) si è presa una cotta per la CEI, i vescovi, i parroci ed i sacrestani, che paiono gli unici ad aver preso sul serio l’indignazione dei suoi (de La Repubblica – non di mr. B) redattori per le vicende personali del premier. L’Adriano Prosperi che si batteva nel mese di Marzo, contro l’intromissione dei preti nelle nostre vite ora considera l’accodamento di qualche sacerdote alla vulgata di Repubblica come il superamento del clerico-fascismo. Ora a parte che questo mi ricorda un rimprovero che un sovrintendente ad interim fa all’ispettore Morse, osia che Morse crede che tutti coloro che leggono giornali siano lettori del Guardian (un gran bel giornale non fossero troppo auto compiacenti – al limite di divenire disturbanti). La cosa (A. P.) non è commentata ma la si trova documentata da qualunque motore di ricerca – per quel che valgono i risultati di questi. Se il link non funziona potete leggere l’estratto sotto. http://www.eurotopics.net/en/presseschau/autorenindex/autor-prosperi-adriano/ La Repubblica - Italy | 18/03/2009 Dogmas instead of compassionThe left-liberal Italian daily La Repubblica harshly criticises the Pope's statements. "Certainly the Pope is right to say that the Aids epidemic can't be stopped by distributing condoms and calling for people who have Aids to be given free medical treatment. But to add that condoms were only aggravating the problem seems rather questionable. Are they not the mechanical barrier that protect women and hinder the spread of Aids? … The cruel, inhuman severity of a Church that punishes a Brazilian girl and the doctors who saved her life by performing an abortion with excommunication is not a pretty example of the Church's compassion for human suffering. The soul of a Brazilian girl and a woman from Cameroon are less important for the Church than that of an anti-Semitic bishop and Holocaust denier."» more information (external link, Italian) More from the press review on the subject » Religion, » Health and Medicine, » Africa La Repubblica - Italy | 06/01/2009 Adriano Prosperi on the Vatican's intervention in politicsThe conflict between the Vatican and the Italian state in ethical questions such as assisted suicide, artificial insemination and abortion shows no sign of abating. The left-liberal newspaper La Repubblica writes that the Church is intervening massively in political life and facing its members with difficult questions of conscience: "We all know that life is a gift. Who the giver is, whether an asteroid or a divine creator, remains a matter of personal conviction. But this gift once given is the property of those who receive it, and it is presumptuous to try to regulate it according to the will of any putative giver. ... But there is a terrain on which we may fight together for a life that is worth living, and worth nurturing. Let's start for example with Cardinal Tettamanzi (who has staunchly supported the poor of Milan with money, blankets and food). ... His example suggests to the Church an alternative to the overheated ideological machinery of the Vatican. ... The other side [the Church], as proponent of the shameful campaign for life at all costs, has opted for the tried and proven solution of putting pressure on politicians who fight for the privilege of speaking in the name of the last moral authority which remains after the collapse of ideology."» more information (external link, Italian) More from the press review on the subject » Religion, » Weltanschauung, » Italy
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scritto da albertolupi alle ore 09:50
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p d nuovo
Bufera sul Tg3 per un servizio su Benedetto XVI andato in onda domenica sera. «Domani il Papa va in vacanza e ci saranno anche due gatti... che gli strapperanno un sorriso, almeno quanto i proverbiali quattro gatti, forse un po' di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole». Il riferimento (almeno secondo quel che si capisce dall’estratto video su La Stampa) era ai due gattini, che il Pontefice dovrebbe trovare nella villetta di Les Combes, in Val d'Aosta, dove Ratzinger trascorrerà un periodo di riposo. Ma il vicepresidente della Vigilanza Rai, Giorgio Merlo (PD) è esploso, ha puntato il dito contro la “deriva anticlericale” dimostrata ieri dal Tg3 definendola (tra giri di parole roccocò) “singolare” e “volgare”: Di Pietro ha ragione, a volte.
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scritto da albertolupi alle ore 11:58
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'Reporter senza frontiere' ha annunciato di aver avuto notizia di cinque nuovi arresti di giornalisti in Iran, che portano a 41 il numero degli operatori dell'informazione detenuti nel Paese, un mese dopo i contestati risultati delle elezioni presidenziali. L'associazione per la difesa della libertà di stampa ha condannato "la repressione crescente" contro i giornalisti in Iran e ha giudicato "molto inquietante" la situazione. Nel frattempo pare che la Federazione internazionale dei giornalisti, il più grande e antico sindacato della stampa con sede a Bruxelles, abbia espulso la branca israeliana affiliata all’organizzazione. Fra i membri del sindacato c’è anche Paolo Serventi Longhi, il segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana. RSF, e gli altri, sono avvertiti… (P.S.: l'IRAN ci condanna per la forza usata ai danni dei contestatori del G8)
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scritto da albertolupi alle ore 08:45
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It's about a year the fight goes on with Il mulino del Po.
I'vw ended the struggle with Tom Jones, and at the middle of Stendhal's masterwork Le rouge et le Noir |
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Best Italian Movie: Pane e tulipani |
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Bach's almost complete CD collection, estimated time 227 yrs. |
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I'd like some rich men or woman send me about 3 million dollars, euro and british pound also accepted as wuold be partial contributions: I wold buy a lot of Taverns to be trasformed in a sort of Theology Bookshop for Greek & latin text only: I like quet sorroundings. |
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"Ai profeti non piace il reale che superi ogni profezia: il mondo ha pi� risorse di noi" Peguy, �L�adeguamento del pensatore pi� profondo dell�epoca al passo assordante dei battaglioni bruni in marcia costituisce una sconfitta catastrofica della filosofia, una vergogna storica su scala mondiale, una bancarotta dello stesso pensiero filosofico� Hans Jonas su Heidegger, "Vous noterez que par le monde y a beaucoup plus de couillons que d�hommes. Noterete che nel mondo ci sono pi� coglioni che uomini." Rebelais,
"Un uomo che cede bench� abbia ragione, o � saggio o � sposato."
Edward Estlin Cummings,
"Il progresso appare sempre pi� grande di quello che �" Wittgenstein,
�Tota philosophorum vita commentatio mortis est (tutta la vita dei filosofi � una meditazione della morte)� Cicerone, �Anche i re, i filosofi defecano, e pure le dame� Montaigne, �Tout le malheur de l�homme vient d�une seule chose, qui est dene savoir pas demeurer au repos dans une chambre� Pascal,
"L�adulto � nemico del bambino, avendo egli subito l�orrido processo di civilizzazione che ha annullato quanto era, un animale privo di educazione, di ogni senso morale" Roald Dahl, "Se non richiesto, anche il soccorso del buon samaritano � una violenza" Vittorio FELTRI
Talk low, talk slow and don’t say too much. John Wayne
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